Dentro il Pd

Il conciliatore Letta, che chiede al Pd: "Non facciamo i fighetti"

Oggi è nelle vie del centrosinistra che sfila il Draghi pride

Carmelo Caruso

Dove è finito il partito dei litigi? Il Pd si scopre partito staffetta ed Enrico Letta chiede umiltà: "Non montiamoci la testa. A Roma non abbiamo ancora vinto". Andare oltre il ddl Zan e attenzione alle fabbriche, il rapporto con Calenda. L'agenda del segretario

Roma. L’ultimo suo comizio lo ha tenuto di fronte a sei persone e lo racconta come Goethe con l’attimo: “Fermati, come sei bello”. La sua nuova parola d’ordine è “non montiamoci la testa”. Ma dove è finito il Pd del litigio come lievito della storia? Nelle mani del conciliatore-risanatore Enrico Letta, il partito della discordia sta diventando il partito della staffetta. Bonaccini, in televisione, passa il testimone a  Zingaretti.  Provenzano offre il braccio a Nardella. E se questa volta ci riuscissero?


Il Pd può vincere quella che rimane la vera altra sfida. Non è la sfida contro la destra, non è la partita dei ballottaggi, Roma, Torino, Trieste. Il Pd può infatti battere il Pd. Può finalmente sconfiggere quel desiderio irresistibile che Zingaretti, lasciando la segreteria, rese letteratura in una frase documento: “Qui funziona solo il fratricidio”. E’ l’eterno ritorno del “qui ci serve un congresso”, le sedute spiritiche su cosa debba fare “la sinistra per sostituire il centro provando a strappare i voti di destra ma restando a sinistra”. Ci avete fatto caso? C’è oggi più Pd nella Lega e più legame nel Pd.

 

Ed è infatti bellissimo sentire dire a Letta, come assicurano ripeta, “il seggio di Roberto Gualtieri è ancora il seggio di Gualtieri perché a Roma non abbiamo vinto nulla”. E quando pensa al nord riconosce: “Abbiamo un problema. In Veneto, ad esempio. Nei centri medi il Pd deve incidere di più. Bisogna agire. A Siena, dove sono stato eletto, rimarrà uno spazio di confronto permanente. Io da lì non me ne vado. Non deluderò chi mi ha votato”. Quando qualcuno gli fa notare, come Romano Prodi, che si è forse ecceduto parlando di ius soli e legge Zan, Letta non ha problemi a rispondere che “alcune battaglie come quelle dei diritti ci sono servite ma il Pd non è solo il partito del ddl Zan. I diritti civili senza dimenticare i diritti sociali. Dobbiamo parlare alle imprese”.

 

In autunno inizia un tour di ascolto nelle fabbriche, una visita nelle officine, nei luoghi di lavoro. Si parte dalla lezione di Mario  Draghi che ha parlato delle “buone relazioni industriali”. E’ insomma il primo a credere che queste elezioni amministrative stiano a dimostrare che “con Calenda e Renzi bisogna avere un rapporto adulto” e che con il M5s “il rapporto di forza si è invertito”. Di sicuro, dice, “io con Carlo ci parlo perché ci ho sempre parlato. Vorrei che a sinistra imparassimo a rispettarci di più e morderci di meno”.

 

A Bologna, grazie a Matteo Lepore, è stato possibile fare delle primarie durissime e ottenere una vittoria sincera. Oggi, la renziana, Isabella Conti fa parte della squadra di Lepore sindaco. A Napoli, per la prima volta, si sta sperimentando il “modello sik sik” di Gaetano Manfredi ed è un inedito perché non appartiene né alla sinistra aristocratica né alla sinistra plebea. E poi ci sono gli interlocutori. Giuseppe Conte che non è più “un riferimento progressista” ma che rimane il dirimpettaio privilegiato. E’ sfidato da Virginia Raggi che a Roma sta ultimamente dicendo: “I voti non sono del M5s ma sono i miei”. Anche queste divisioni sono per Letta la prova “che alla fine avevamo ragione. Il M5s è diventato un partito. Le divisioni, i confronti aspri sono prove di partito”. Goffredo Bettini è invece tornato pensatore, uno stimolo intellettuale. Per Letta è “un amico” ma nessuno può dire, come accadeva a Zingaretti, “è il suo demiurgo”.

 

Non c’è dunque nessuna difficoltà a spiegare che Letta non la pensa come Bettini che vuole Draghi al Quirinale. Il segretario chiama questo tempo “il tempo positivo e Draghi l’uomo che può consolidare le riforme, ripristinare il campo da gioco”. Si può allora scrivere che c’è qualcosa di diverso in questo partito Iliade? Diciamolo chiaramente. Letta ha vinto le suppletive del collegio 12 che non sono la battaglia di Lepanto, la sconfitta epocale della destra. Tutt’altro. Ha vinto, e non c’è dubbio, a Milano, Bologna, Napoli, ma lui per primo deve aver capito che c’è il rischio della sbornia, la “tentazione Occhetto”, il “vinciamo di sicuro”.

 

La sera in cui Salvini celebrava la vittoria di “Bernalda e Muggia”, Letta rispondeva: “Ho vinto tanto. Arrivato in alto. Ho perso molto. Quando ho perso politicamente me ne sono andato. Io so perdere”. E se fosse questa la sua forza? E’ il segretario vaccinato. Renzi lo ha immunizzato. Nel suo prontuario da conciliatore sono entrate queste massime: “Non voglio il partito dei fighetti”, “Non mi piace il partito del tweet”, “Voglio unità e umiltà”. E lui è solo uno.

 

La destra ha forse così tanta varietà? L’effervescente Calenda, lo spericolato Renzi, Conte il bello, il timido Speranza. Oggi è nelle vie del centrosinistra che sfila il Draghi pride. E anche se Conte spiega che il M5s non è un ramo dell’Ulivo, cosa importa? Non può nascere l’Ulivo ma qualcosa di veramente psichedelico: una trans-casa, un concilio di libertini con Letta amministratore di condominio. Altro che noiosi! Manca solo Berlusconi, ma mai dire mai. Del resto si sa che ha pur sempre un piede in casa Letta...

 

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  • Carmelo Caruso
  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica, ha scritto otto anni per Panorama occupandosi di politica, cronaca, cultura. Nel 2018 a Il Giornale. Oggi in redazione a Il Foglio.