Sì, del Parlamento trasformista ci si può fidare. Lezioni utili

Claudio Cerasa

Dalla Tav fino all’Europa. E poi la giustizia. Draghi. Il ddl Zan. E il Colle. Sorpresa: il Parlamento più pazzo della storia è diventato un antidoto contro gli estremismi. Chi glielo dice a Galli della Loggia?
 

Ci pensi quando ragioni sul futuro del Pnrr. Ci pensi quando ragioni sul futuro del Quirinale. Ci pensi anche quando ragioni sul futuro del ddl Zan. Può sembrare un’affermazione spericolata, ma forse è il caso di dirlo: di questo Parlamento ci si può fidare. La diciottesima legislatura verrà ricordata per molte ragioni non tutte necessariamente nobili (resta pur sempre la legislatura delle scie chimiche, dei no vax, dei no euro, della lotta contro la prescrizione, delle leggi contro l’immigrazione, degli allunaggi messi in discussione). Ma alla fine dei conti si può dire che al momento del dunque il Parlamento italiano non ha mai tradito e ha sempre inventato un modo per trasformare la democrazia rappresentativa in un formidabile argine contro gli estremismi di ogni genere.

 

In questi mesi, in questi anni, il Parlamento, seppur maltrattato, strattonato, sfregiato e sfigurato, è stato in grado di regalare molte soddisfazioni. E’ riuscito a trovare un modo per non perdere in corsa il treno della Tav (luglio 2019). E’ riuscito a trovare un modo per archiviare la stagione del governo bipopulista (agosto 2019). E’ riuscito a trovare un modo per archiviare la stagione delle scatolette di tonno (le varie parlamentarizzazioni delle crisi volute dai Cinque stelle non hanno avuto solo la conseguenza di creare un muro di gomma contro i progetti estremisti, ma hanno permesso anche al M5s di parlamentarizzarsi sempre di più). E’ riuscito a trovare un modo per non dividersi troppo durante la pandemia (primavera 2020). E’ riuscito a trovare un modo per rivedere i decreti Salvini (ottobre 2020). E’ riuscito a trovare un modo per approvare la riforma del Mes (dicembre 2020). E’ riuscito a trovare un modo per votare in modo unanime il primo decreto “Ristori” (gennaio 2021). E’ riuscito a trovare un modo per evitare di portare in Aula durante la stagione del Conte bis la famosa relazione “Bonafede” (l’ex premier Conte è stato costretto a dimettersi proprio per non farsi bocciare in Parlamento la relazione del suo ex ministro). E’ riuscito a trovare un modo per scongiurare la nascita del TrisConte (i Ciampolillo in fondo sono molto meno numerosi del previsto). E’ riuscito a trovare un modo per portare Draghi a Palazzo Chigi (febbraio 2021). E’ riuscito (aprile 2021) a trovare un modo per approvare il piano che segnerà il percorso dell’Italia dei prossimi sei anni (il Pnrr) praticamente senza voti contrari (appena 19 no: anche Fratelli d’Italia si è astenuta). E se si ha la pazienza di ragionare sul nostro futuro è difficile essere pessimisti su ciò che accadrà nei prossimi mesi anche rispetto ad altre partite. Per esempio rispetto alla legge Zan (che non avrà un futuro roseo e non è detto che sia un guaio). Per esempio rispetto alla conversazione del decreto “Semplificazioni” (non ci saranno scherzi).


Per esempio rispetto all’approvazione della riforma della giustizia (stagione manettara archiviata). Per esempio rispetto alla trasformazione in realtà della delega fiscale (e se verrà portata a termine occorrerà ringraziare il lavoro delle Commissioni e in particolare del presidente Luigi Marattin). Il Parlamento teoricamente più sputtanato della storia, solitamente descritto da molti osservatori come un focolaio incestuoso formato da infetti parlamentari voltagabbana, si sta rivelando (non ditelo a Ernesto Galli della Loggia) un formidabile e quotidiano antidoto contro le pulsioni estremiste, confermando un piccolo un trend interessante già registrato negli ultimi tempi in giro per il mondo. A Bruxelles, nel 2019, il M5s ha mosso il suo primo passo verso una svolta meno populista votando al Parlamento europeo per il presidente della Commissione Ursula Von der Leyen. In Venezuela, contro Maduro, è stato scelto il presidente del Parlamento, Guaidó. Negli Stati Uniti, ai tempi di Trump, è stato il Congresso a impedire all’ex presidente di commettere sciocchezze, vedi la mozione bipartisan approvata dalla Camera dei rappresentati  nel 2019 per impedire un raid contro l’Iran senza aver ricevuto prima l’autorizzazione del Congresso. E più in piccolo, qualche giorno fa, è stato sempre il Parlamento a bocciare in Francia l’idea di Emmanuel Macron di inserire nella Costituzione francese un non meglio precisato riferimento alla lotta al cambiamento climatico.

 

L’orizzonte del Parlamento è stato illuminato non solo dalla volontà di far durare il più a lungo possibile l’esperienza di questa legislatura (la pensione dei parlamentari matura dopo quattro anni e sei mesi: dunque a novembre del 2022) ma anche dalla necessità di affidarsi nei momenti di difficoltà alle indicazioni dell’Europa (in tre anni, la legislatura più pazza della storia è passata dall’essere a un passo da avere  Paolo Savona come ministro dell’Economia ad avere Mario Draghi come presidente del Consiglio). Finora, viste anche le premesse, tutto sommato è andata molto bene. E il fatto che sia questo Parlamento di oscenissimi trasformisti (in tre anni ci sono stati, come si dice, 259 cambi casacca) e non invece il prossimo a scegliere il successore di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica (meglio eleggere un presidente che duri sette anni senza fare troppi calcoli spericolati su presidenti da rinominare per poi farli dimettere per nominarne altri) offre un elemento di serenità in più. Ci potranno essere mille trabocchetti, mille tranelli, mille ostacoli ma alla fine una certezza c’è: al Quirinale, a febbraio, andrà un europeista convinto che, Draghi o non Draghi, aiuterà anche il prossimo Parlamento a usare i poteri magici della democrazia rappresentativa per sbarazzarsi degli anti europeisti in cerca di pieni poteri. Il parlamento più estremista e voltagabbana e trasformista della storia che diventa un antidoto contro gli estremismi. Chi glielo dice a Galli della Loggia? Claudio Cerasa

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.