Marcello De Vito e la vendetta dei miti

Andrea Venanzoni

Pacato, preparato, super partes come presidente dell'assemblea capitolina: De Vito è stato sempre un pesce fuor d'acqua tra i grillini. Storia del suo lento ma inevitabile transito dal Movimento 5 stelle verso Forza Italia

Marcello De Vito, presidente dell’Assemblea capitolina ed ex pentastellato a lungo considerato il vero competitor di Virginia Raggi all’epoca della scelta del candidato grillino a sindaco di Roma, annuncia il suo ingresso in Forza Italia. Era stato dato per vicino prima a FdI, e poi alla Lega, ma evidentemente i due partiti di centrodestra che sembrerebbero andar per la maggiore sulla piazza romana si sono dimostrati persi dietro i loro soliti calcoli tribali.

 

Avrà pesato, more solito, nonostante la verve di presunte svolte liberali e il garantismo un tanto al chilo, la vicenda giudiziaria che ha dato avvio al cortocircuito prima e allo scontro poi aperto, feroce a tratti, tra De Vito e i suoi ex compagni politici di strada, e con cui il Fatto Quotidiano non casualmente apre la ricostruzione del cambio di casacca, autentica inaugurazione delle danze per macinare le ossa del transfuga: i rapporti, ad essere sinceri, tra De Vito e i grillini non sembravano mai esser stati del tutto cordiali, e l’arresto venne solo a suggellare l’ondata di riprovazione etica del movimento che dell’onestà ha fatto trademark notarile. Dissapori rimontanti all’epoca delle elezioni, con quel sorpasso alle webinarie per molti quasi inspiegabile e impossibile, puntare sulla quasi sconosciuta Virginia Raggi e lasciare in secondo piano De Vito che fino a pochi giorni prima sembrava candidato predestinato.

 

Nessuno, dalle due parti della barricata, sembrò averla presa particolarmente bene, e poi immaginiamo i modi soliti della pancia pentastellata nel masticare e digerire qualunque cosa odori di complessità. Quando De Vito venne arrestato, con una di quelle accuse che nell’immaginario grillino rappresentano ciò che per Cristopher Lee era il crocifisso brandito da Peter Cushing, corruzione, sembrò quasi di sentir zufolare nel vento qualche sospiro di soddisfazione: perché le manette e la cella - il presidente dell’Assemblea capitolina non venne posto ai domiciliari ma andò a svernare in una umida cella di Regina Coeli, salendo i proverbiali tre scalini che bisogna percorrere per dirsi davvero romani - troncarono una querelle polemica tutta interna al movimento delle cinque stelle. Certo, per i grillini quella non fu solo una soluzione gordiana adottata in punta di spada magistratuale, ci furono anche i problemi. Enormi. Di immagine. Di castità violata. Uno ripercorre le dichiarazioni indignate e furenti dell’epoca e se ne accorge.


Quelle manette, che non furono solo tintinnanti ma proprio roboanti, andando a cadere come un maglio sullo ‘stadio fatto bene’, denudando a mezzo stampa e intercettazioni, prima di qualunque accertamento processuale, il solito archetipico sistema romano di mazzette, pranzi, generoni, infiorate, promesse e potere norcino, dentro cui parve baluginare pure la fioca stella grillina, spezzando e spazzando via quella onestà agitata fino a poco prima in maniera scomposta modalità L’Esorcista, dettero vita a una laocoontica configurazione di giustizialismi esibiti, furiosi, idrofobi. Il tradimento dentro casa. Inaccettabile. Di Maio, non ancora folgorato sulla via di Uggetti, decise di espellere motu proprio, nemmeno fosse il Pontefice, De Vito, e poi però si scoprì che in realtà aveva annunciato quell’espulsione, senza passare per i probiviri, sì ma che la stessa non aveva alcun effetto né valore, annunciata allora tanto per vedere l’effetto che fa.


Risultato: l’avvocato De Vito, svernante nelle aule umidicce e scrostate del Lungotevere della Lungara, continuò ad essere un pentastellato, ma con gli altri pentastellati che negavano e dicevano: "E' stato espulso, lo ha cacciato il nostro capo". E però il problema è che pure se sei un non-movimento e hai un non-statuto - questo è il livello sì - alla fine c’è sempre un ordinamento giuridico, ci sono delle regole (sapete quella roba tipo la legge, le norme e cose simili) e così De Vito rimase nel grembo ingrato del movimento. E proprio con le pasticciate interpretazioni delle norme, a dimostrazione che uno non vale mai uno, nemmeno sotto tortura, si andò a sbattere un’altra volta, quando l’Aula capitolina si accorse, bontà sua, che aveva il proprio presidente detenuto: a prescindere da qualunque aspetto simbolico e di immagine, c’era il problema di doverlo sostituire, ma così facendo ci si sarebbe sostituiti al peso della legge e dei giudici perché il povero De Vito era sì detenuto ma in attesa di giudizio, come nel film celebre e celebrato con Albertone Sordi. Sapete, la Costituzione, quella roba per cui non sei colpevole fino a sentenza passata in giudicato e altri ammennicoli antiquati e archeologici di una epoca non ancora illuminata dai Davigo, dai Travaglio e dai Beppe Grillo. Rimuoverlo, votando la revoca dalla carica, avrebbe esposto poi, in caso di assoluzione dell’indagato, i votanti a favore della rimozione e della sostituzione al doverne rispondere per danni. Non sia mai. 


Così la maggioranza grillina fece quel che da sempre le riesce meglio: decise di non decidere. Vennero chiesti pareri ai vari uffici e gli uffici, come sempre, fecero quel che meglio riesce loro: decisero di non decidere. Pareri interlocutori, forse, forse che sì, o pensandoci bene forse che no, in un carnevale triste di fuga dalla responsabilità della decisione. Alla fine riuscirono pure a dire che la colpa era di De Vito che non voleva dimettersi. Lo dissero davvero. Roberto Fico dichiarò che quando c’è di mezzo la corruzione non si guarda in faccia nessuno, salvo il diritto di De Vito alla difesa. Gettarlo ai leoni pareva brutto, evidentemente, anche perché i leoni del Bioparco sono fuori forma. Morale della favola, non venne mai nominato un suo autentico sostituto ma si andò avanti con un vicario: nemmeno in una riedizione politico-istituzionale del sedevacantismo si sarebbe immaginata una cosa simile.

 

Immagino cosa abbiano provato i suoi ex compagni di partito nel vederlo circondato da bandiere di Forza Italia, sarà stata per alcuni la certificazione notarile dell’indole del soggetto: e secondo me invece è un approdo inevitabile, perché l’ultimo De Vito, diciamolo, era un autentico pesce fuor d’acqua dentro quel Movimento. Era ed è una persona preparata, e non lo dico per il fatto di essere avvocato che di suo non significherebbe niente - mica basta essere avvocati per sapere dove mettere le mani specie in un mostro come Roma, o per saper come scrivere il nome di Ciampi o che ‘Tokio’ con la i al posto della y non si usa più dai tempi del Patto Tripartito - ma proprio perché, a differenza di altri, i suoi anni da consigliere capitolino li ha spesi per apprendere sul campo come funziona Roma Capitale, in una palude di bassissimo livello quale è la politica capitolina. E soprattutto De Vito è stato un ottimo presidente di Assemblea capitolina, con una caratteristica assai sgradita per i pentastellati, ovvero far davvero il presidente, senza giocare con la maglia dei cinquestelle sopra. Interpretando cioè una funzione del genere per quel che davvero è: una funzione di garanzia istituzionale, sopra le parti.

 

Ma forse quel che davvero i grillini non osano perdonargli, più del non essersi dimesso da quello scranno o per averli messi in cattiva luce, nella loro prospettiva, è la tendenziale pacatezza e mitezza del personaggio. Raramente sopra le righe, a parte quell’infausta scenetta con le arance, in compagnia di Raggi e Frongia, per contestare Marino, e scarsamente urlante. E come tutti i miti, terribile. D’altronde, come scriveva Ambrose Bierce ne ‘Il dizionario del diavolo’, ‘Mitezza. La straordinaria pazienza esercitata per poter preparare una vendetta degna di questo nome’.