Draghi e i due populismi sui migranti da dominare (uno di destra e uno di sinistra)

Claudio Cerasa

Sull’immigrazione, europeisti e sovranisti hanno una linea comune: è colpa dell’Europa. E’ davvero così? Superare i dualismi farlocchi fra “aprire tutto” e “fermare tutto” si può. Quattro svolte per Draghi 

C’è una tassa ben più pericolosa e ben più divisiva che si intravede sull’orizzonte del governo Draghi. Quella tassa non ha a che fare con l’aggravio proposto da Enrico Letta sulle successioni (riccastri, restituite il malloppo) ma ha a che fare con un tema destinato a diventare il primo vero elemento di scontro non di facciata tra le anime che vivono nella maggioranza di governo. La tassa in questione è una tassa squisitamente politica ed è quella che Mario Draghi rischia di dover pagare presto, quando il dibattito sull’immigrazione costringerà tanto il presidente del Consiglio quanto i partiti presenti in maggioranza a dover rispondere a una domanda semplice: che fare? E soprattutto: cosa dire?

 

Nella giornata di oggi, il presidente del Consiglio cercherà di porre il tema al centro del dibattito del Consiglio europeo organizzato tra ieri e oggi a Bruxelles in via straordinaria. Ma per quanto il tentativo di spostare il dibattito in Europa sia nobile è difficile non accorgersi di un paradosso che vale la pena affrontare: la sostanziale simmetria sull’immigrazione da parte dei partiti europeisti e dei partiti non europeisti. Tutti convinti a vario titolo che la conclusione di ogni ragionamento relativo alla gestione dell’immigrazione non possa che coincidere con un’altra domanda, la cui sola esposizione equivale a un atto di accusa: signori belli, ma dove diavolo sta l’Europa?

 

Per i sovranisti, la colpa di Bruxelles è quella di non controllare come dovrebbe i confini dell’Europa (linea: l’immigrazione non va governata, va solo fermata). Per i non sovranisti, la colpa di Bruxelles è invece quella di non voler redistribuire in Europa i migranti che arrivano in Italia (linea: l’immigrazione non va governata, va solo accettata). Entrambe le pose sono facilmente vendibili sul mercato dell’opinione pubblica e sono facilmente contrapponibili nell’arena dello scontro politico (“vergognatevi, li volete far affogare in mare”; “vergognatevi, volete farci invadere”). Ma entrambe le pose (che diverranno sempre più esplicite con l’avvicinarsi delle amministrative) hanno il difetto di alimentare due sentimenti destinati a fare dell’immigrazione un elemento di divisione, da spendere agevolmente in campagna elettorale per rinfacciare agli avversari di essere all’occasione o amici dei trafficanti di esseri umani o fascisti desiderosi di affogare i migranti. La vera rivoluzione a cui potrebbe contribuire il governo Draghi è una rivoluzione desiderosa, come si dice, di passare dalla stagione dei capri espiatori a quella delle soluzioni. E per provare a imboccare questa traiettoria ed essere un po’ concreti occorre mettere da parte le soluzioni impossibili e concentrarsi sulle soluzioni possibili. 


Scaricare sui paesi membri il dovere di accogliere i migranti che l’Italia sostiene di non poter accogliere (idea resa difficile non solo dal no di paesi come l’Ungheria, l’Austria, la Polonia ma anche dalla presenza di una complicata campagna elettorale con cui dovranno fare i conti nei prossimi mesi Germania e Francia) è una soluzione che può permettere di tamponare un problema (l’accordo di Malta, strutturato su base volontaria, lo abbiamo visto e onestamente non funziona) ma in definitiva sposta l’attenzione dai quattro veri capisaldi su cui dovrebbe investire un paese con la testa sulla spalle per superare lo sterile dualismo “aprire le frontiere” vs “bloccare i confini”. Il passaggio necessario da compiere è quello di non chiedere più all’Europa di condividere in Europa i problemi che ha l’Italia (moltiplicare i problemi non aiuta a risolverli) ma è quello di spostare l’attenzione al cosa fare concretamente per governare il fenomeno dall’esterno (sapendo quanto può essere difficile intervenire in un paese in bilico come la Libia), mettendo in altre parole in atto tutte le azioni necessarie affinché l’immigrazione venga governata (e laddove serve, fermata) prima ancora che questa possa diventare un problema strutturale. Se è vero, come si dice, che una democrazia non può rinunciare all’idea di conciliare sicurezza e umanità è altrettanto vero che questa idea passa dalla promozione di quattro direttrici precise.

 

Primo: scommettere ancora più di oggi sui corridoi umanitari per i rifugiati che ne hanno diritto (corridoi monitorati a livello internazionale dall’Unhcr). Secondo: scommettere su un sistema rafforzato di rimpatri volontari da implementare nel Nordafrica ancor prima che i migranti possano imboccare le rotte del mare (sistema attualmente già coordinato dall’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, a cui l’Unione europea potrebbe dare un contributo sostanzioso stanziando il denaro necessario per aumentare gli accordi bilaterali con i paesi da cui provengono i migranti). Terzo: scommettere (citofonare nel caso a Roberto Maroni) su un decreto flussi annuale più ampio rispetto a quello di oggi necessario per definire le quote di migranti economici di cui l’Italia ha bisogno (oggi il grosso dell’immigrazione, in Italia, arriva da paesi come la Tunisia e il Bangladesh, ovvero non da paesi i cui cittadini hanno diritto all’asilo). Quarto: combattere una guerra senza quartiere contro i trafficanti di esseri umani, che dovrebbe portare non solo al rafforzamento della famosa guardia costiera libica (non volerla rafforzare significa non voler governare l’immigrazione) ma anche alla chiusura dei centri di accoglienza illegali (perché non affidare all’Europa la gestione dei centri di accoglienza che si trovano in Libia e perché non pretendere che la Libia in cambio di aiuti non dia accesso alle organizzazioni internazionali  in tutti i campi dei migranti?).

 

Rinunciare a considerare i confini dei paesi nordafricani come i veri confini dell’Europa (cosa che l’Italia ha iniziato a fare nel 2017, ai tempi del governo Gentiloni-Minniti, quando il nostro paese ha accettato di inviare le sue truppe in Sahel) significa non voler entrare nella carne viva dei problemi che riguardano l’immigrazione. E significa voler accettare il fatto che la Turchia possa governare in modo indisturbato i due rubinetti da cui parte l’immigrazione in Europa: la rotta balcanica e la rotta libica. Per provare dunque a disarmare il conflitto destinato a maturare nel governo sul tema dei migranti Draghi ha due opzioni: accodarsi al coro dell’Europa irresponsabile, sapendo che per Salvini rompere le uova nel paniere sull’immigrazione è l’unico modo che ha il leader della Lega per fare il Pierino senza pagare dazio, o portare la discussione sull’immigrazione dal piano di ciò che l’Europa dovrebbe fare a ciò che l’Italia potrebbe fare per non investire l’Europa di missioni impossibili. E la linea Letta (aprire le frontiere) e la linea Salvini (bloccare i confini) sono due posizioni facilmente comprensibili ma se le si guarda con attenzione sono destinate per ragioni diverse ad aggravare i problemi scaricandoli interamente sull’Europa. Chissà se anche su questi temi Draghi avrà o no il coraggio di sparigliare. 


 

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.