Happy Pd

Letta vuole un Pd "simpatico". Ricolfi: "La leggerezza non si impara". La lotta per il sorriso

Il partito dei simpatici. Ci ha provato Veltroni, Renzi. Il più simpatico è alla fine l'antipatico D'Alema

Carmelo Caruso

La promessa di Letta: "Voglio un Pd empatico" ma partecipa alle sedute analitiche di Goffredo Bettini. La dura lotta a sinistra per risultare simpatici. Parla Ricolfi che sull'argomento ha scritto un libro: "E' la loro malattia. Si prendono sul serio". La risata non è (ancora) democratica

Roma. A cosa è servito? Hanno letto tutti i libri di Cesare Pavese, collezionato tutti i vhs dell’Unità, sono il meglio della tradizione cattolica e socialista. Italiani, cosa dobbiamo fare per piacervi? Sono rimasti antipatici e come canterebbe Paolo Conte non “si capisce il motivo”. Non se ne abbia a male  Enrico Letta, ma per rispondere alla sua domanda (è lui che se lo è chiesto) sarebbe bastato guardare dove era finito quando ha introdotto l’argomento. Due ore e tredici minuti di conversazione su un’alleanza che in pratica non esiste (M5s-Pd). Padrone di casa il teorico del governo Ciampolillo (Goffredo Bettini). Ospite la professoressa Nadia Urbinati (questa è la sua opinione su Mario Draghi: “E’ un tecnopopulista. Il suo governo non è il governo del Pd”). Partecipante straordinario Giuseppe Conte e in piena transizione “ideologica”. Come definire tutto questo? Un’agorà o solo la copia restaurata del film “Ecce Bombo” di Nanni Moretti?

 

Un nuovo spettro si aggira al Nazareno. E’ il partito dei simpatici. Lo ha promesso Enrico Letta: “Voglio che a tutti i costi il Pd diventi il partito dell’empatia”. Non sopporta questo stigma. Ha ripreso il concetto da un grande libro (che aspettate a ristamparlo?). Si chiama “Perché siamo antipatici. La sinistra e il complesso dei migliori” (Longanesi). Lo ha scritto nel 2005 Luca Ricolfi che non si può non sentire. Professore, la simpatia si può insegnare? “Cominciamo dal dire che l’antipatia è la malattia di sinistra, che Letta è il miglior segretario che il Pd potesse trovare. E però, la simpatia non si impara perché è una conseguenza della leggerezza”. Continuiamo.


Quando è che Silvio Berlusconi ha davvero vinto? Quando ha spazzolato la sedia nel programma di Michele Santoro e sorridendo ha esclamato: “Non vi sapete divertire”. C’è qualcosa di irrisolto tra la sinistra e il sorriso. E’ un’alleanza che rimane ancora l’unica strategica e necessaria, ma mai realizzata. Non è quella con il M5s e neppure con Azione di Carlo Calenda. E’ la fusione fra competenza e allegria, fra rigore e libertinaggio. Chi è l’ultimo simpatico di centrosinistra? Ricolfi dice ad esempio che ci deve pensare. Nel Pd? “Spostiamoci”. Pier Luigi Bersani? “E’ insopportabilmente noioso, paternalistico e finto semplice”. I sindaci dem? “Lasciamo perdere. Mi sono confrontato con Matteo Ricci di Pesaro. Impediva agli altri di argomentare”. Nel passato? “Ciampi, ma forse perché non era iscritto al partito”. Come inizia tutto? “Ricordo quello che disse una volta Piero Fassino. ‘Rappresentiamo l’Italia migliore’. Ma cosa significa? Perché una è migliore dell’altra? E’ la stessa frase che ha utilizzato Hillary Clinton. Si sa come è andata. Nel Pd c’è l’idea di caricarsi della missione salvifica. Sono sempre convinti che debbano salvare il paese. Il segreto dovrebbe essere sempre uno: dire cose serie ma senza prendersi sul serio. E poi c’è la lingua. Quella democratica è la lingua dell’astrazione. Discutono ancora di proletarizzazione relativa”. Domanda: è simpatica “un’agorà” dove si ragiona “dell’urgenza di non ridare fiato alle forze che svolgono un ruolo di costante disturbo”. E poi di “decolli paralleli”, di “un’organizzazione che non ceda al leaderismo così come a una democrazia plebiscitaria” e ancora di “spazio di riflessione su uno schema elettorale proporzionale”?

 

Sono tutte frasi del simpatico Bettini che il segretario ha ascoltato con il volto un po’ smarrito, quello del “che ci faccio io qui”. Simpatico sarebbe stato dire: “Ma che vuol dire?”. Seri, accigliati, con le cartine geografiche dietro le spalle. Letta ne ha sempre una del National Geographic come sfondo. Invita tutti alla fondazione Arel, si è inventato l’Asean. E’ un uomo di mondo: ha fatto il militare a Sciences Po. Per dirla alla Draghi: ma perché tutto questo “fumo di internazionalità”? Si prendano in esame i voti, quello che si chiama il consenso. Come sarebbe bello, pensa Ricolfi, se il Pd dicesse: è vero cerchiamo i vostri voti, anziché andare in tv e precisare che “noi siamo preoccupati per la salute mentre gli altri partiti pensano al consenso”? Aggiunge sempre Ricolfi: “La verità è che vogliono anche loro i voti solo che hanno la presunzione di pensare che i loro voti siano diversi. E’ il problema inverso della destra che non ha invece una grande opinione di sé”. Sono insomma passati sedici anni da quel testo e seguiti tanti altri libri di Ricolfi (l’ultimo è “La notte delle ninfee” per la Nave di Teseo). Il Pd ci ha provato.

 

Veltroni si era inventato “l’ellissi del soggetto” (chiamava Berlusconi “l’avversario dello schieramento di centrodestra”). Matteo Renzi lo aveva fatto dire a Oscar Farinetti: “Dobbiamo tornare a essere simpatici”. Letta fa spirito come può. Ha twittato una foto con Schwarzenegger (“Ho nominato il mio incaricato speciale per i rapporti con le correnti”). Va ospite regolare da Diego Bianchi nel suo “Propaganda Live”. Il pericolo è la zona Pirandello, suscitare “il sentimento del contrario”. La simpatia non è una riforma. Troppe volte il Pd ha provato a fare il partito progressista ed è finito sulla luna, ma quando ha tentato di fare il simpatico è risultato comico. Non significa che Ricolfi non ci creda. “Sono pronto a scrivere ‘Perché siamo simpatici’. La sinistra dovrebbe togliere alla destra la scorrettezza. La destra evitare di fare la sinistra e parlare di patria in maniera astratta”. Chi è dunque il più simpatico di sinistra? Anche per Ricolfi è l’antipatico Massimo D’Alema che “non vuole sembrare diverso da ciò che è”. Letta, è proprio sicuro? E se fosse meglio fare bene gli antipatici?

 

  • Carmelo Caruso
  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio