La Superlega? No, la Netflix del calcio non deve fare paura

Claudio Cerasa

Il calcio non è un bene comune. Perché si può osservare con ottimismo la nascita di un super campionato europeo. Con qualche paletto, per evitare l'effetto wrestling

A volte le cose sono molto più semplici, molto più lineari e molto meno retoriche di come possano apparire. E in questo caso particolare la storia della Superlega, che promette di rivoluzionare il mondo del calcio creando un consorzio di venti partecipanti composto da quindici squadre fisse e da cinque squadre selezionate ogni anno in base ai risultati conseguiti nella stagione precedente, merita di essere presa di petto provando a rispondere in modo secco a una domanda semplice: ci sono valide ragioni per poter dire che la Superlega è un attentato ai valori dello sport, è un colpo micidiale all’etica del pallone ed è un atto di guerra inaccettabile mosso da chi ha molto di più contro chi ha molto di meno?

Nel rispondere a questa domanda, la politica italiana ha trovato un’unità persino più ampia rispetto a quella registrata in Parlamento attorno al governo Draghi. E’ contrario Enrico Letta (“l’idea di una Superlega per i più ricchi club europei di calcio? Sbagliata e decisamente intempestiva”). E’ contrario Matteo Salvini (“da sportivo e da italiano, dico che il denaro non è tutto e i milioni non sono sufficienti per azzerare simboli, storia, merito, cuore e passione”). E’ contrario il M5s (“questa iniziativa – ha detto la capo delegazione al Parlamento europeo, Tiziana Beghin – si scontra con alcuni dei valori fondamentali che contraddistinguono l’attività sportiva come l’universalità, l’inclusione e la meritocrazia”). E’ contraria Giorgia Meloni (“la nuova Superlega è la deriva da tempo avviata alle nostre società applicata al mondo del calcio: scavalcare la rappresentanza dal basso e imporre dall’alto l’istituzione di una oligarchia”). Così come in giro per l’Europa hanno manifestato contrarietà politici provenienti da culture diverse l’una dall’altra. E’ contrario, oltre a Mario Draghi, anche Emmanuel Macron, è contrario anche Boris Johnson ed è contrario anche Viktor Orbán, il quale forse ha trovato le parole giuste per provare a sintetizzare quello che a livello politico e non solo appare essere il vero spirito del tempo quando si parla di calcio: “Siamo convinti che la bellezza e la grandezza del più grande gioco del mondo risieda nel fatto che appartiene a tutti e che i ricchi non possono appropriarsene”.

 

L’idea del calcio come bene comune, come bene intangibile che deve appartenere prima ancora che ai club ai tifosi, al popolo, al paese, alle città, è un’idea romantica e genuina che tende però a portare fuori strada rispetto alla domanda iniziale: ci sono valide ragioni per poter dire che la Superlega è una boiata pazzesca? La risposta è no, non ci sono valide e solide ragioni per poterlo dire, se non quelle umane e comprensibili derivate dal romanticismo del pallone e dei bei tempi che furono, e per provare ad argomentare questa risposta bisogna provare a rispondere con un’altra domanda che grosso modo potrebbe essere questa. Ma un calcio che trova un modo per diventare un po’ più ricco, mettendo un piede ulteriore in un mercato globale, accettando la sfida della globalizzazione, trovando un modo per generare nuovi ricavi e tentando una nuova strada per far quadrare i bilanci, può davvero essere un problema per i club meno ricchi?

E’ possibile che la Superlega, inseguendo lo spettacolo globale e cercando di dare una nuova cittadinanza al tifoso globale, rischi di impoverire i campionati nazionali. Ma è anche possibile che, come ha scritto ieri il New York Times, la mossa delle quindici big europee possa “determinare la ristrutturazione più significativa del calcio europeo dagli anni Cinquanta a oggi” dando vita a una serie di effetti a catena che sarebbe difficile definire apocalittici. L’effetto numero uno riguarda un tema che forse dovrebbe stare a cuore anche ai tifosi: la sostenibilità economica delle grandi squadre. Il calcio può essere qualcosa di simile a un bene comune nella misura in cui le squadre blasonate riescono ad avere bilanci sostenibili. E non ci vuole molto a capire che in un mercato come quello della serie A, che dal 2016 al 2020 ha visto aumentare i debiti delle squadre di quasi 1.000 milioni di euro e che vede debiti malconci come quello della Juventus (meno 458 milioni di euro), dell’Inter (meno 630,1 milioni di euro) e del Milan (meno 151 milioni di euro), avere per alcune squadre la possibilità di  accedere a una torta di diritti tv che potrebbe valere circa il doppio (4 miliardi di euro) rispetto a ciò che vale oggi la Champions League significa poter dare stabilità in termini di ricavi alle squadre in questione e significa anche creare un campionato europeo (più simile all’Eurolega del basket che all’Nba) destinato a portare benefici anche a chi non avrà accesso diretto alla torta. Benefici di che tipo?

 

Per esempio, costringendo le squadre che non hanno accesso all’olimpo europeo a trovare una formula per far diventare il campionato nazionale più competitivo rispetto a oggi (sarà forse meno appassionante la corsa alla Champions League, dove non parteciperanno le squadre che faranno parte della Superlega, ma sarà più appassionante la corsa per chi vincerà la scudetto, che diventerà un obiettivo di serie b per le squadre impegnate nella grande lega europea). Per esempio, costringendo le squadre che non hanno accesso all’olimpo europeo a mettere in atto il proprio whatever it takes per conquistare il blasone necessario per accedere al campionato supremo (al momento, le squadre che fanno parte della Superlega si sono presentate come squadre destinate a restarvi a tempo indeterminato, ma il modello Eurolega, che prevede un contratto pluriennale per le squadre che fanno parte dell’olimpo del basket, appare essere una soluzione più sensata, tale da creare una competizione maggiore anche tra le big del calcio europeo, evitando di non eliminare lo spettacolo della corsa per evitare la retrocessione ed evitando così che il passaggio dallo status quo alla Superlega non sia simile al passaggio dalla boxe al wrestling). Per esempio, costringendo le squadre meno blasonate ad allevare ancora con più attenzione giovani talenti, per i quali un domani le squadre dell’olimpo europeo potrebbero sborsare ancora più soldi di quelli che riescono a sborsare oggi (per non parlare poi di quanto la rupture dei grandi club europei potrebbe portare a trovare una nuova ragion d’essere a un ente inutile, ricattatorio e incrostato come la Uefa, che ieri, non si capisce bene facendo leva su quale diritto, ha  minacciato l’esclusione dai campionati nazionali delle quindici società private europee, arrivando a dire che i calciatori che prenderanno parte alla Superlega non potranno più essere convocati dalle rispettive nazionali).

Più soldi significa più spettacolo. Più spettacolo significa più business. Più business significa più opportunità per tutti (a chi dice che la Superlega creerebbe una oligarchia europea andrebbe chiesto, dando un’occhiata agli scudetti degli ultimi venticinque anni, se nei principali campionati europei l’oligarchia dettata dai risultati in campo non esista già: e la risposta è sì). E avere un calcio che riesce a essere un po’ più globale rispetto a come è oggi e che prova a valorizzare al massimo il potenziale che ha in giro per il mondo è certamente un rischio per l’impatto che questo può avere in un paese, in una città, in uno stadio, in un rapporto con il pubblico ma è forse un rischio che vale la pena di correre, se le squadre che prenderanno parte al campionato che sarà riusciranno a trovare un modo per rendere il proprio club non troppo esclusivo e per fare dell’olimpo del calcio qualcosa di simile più alla Netflix che al Wrestling del pallone.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.