Il governo del "professore"

Il "repubblicano" Draghi ottiene la fiducia al Senato con 262 voti

Un programma vasto che punta alla fine della legislatura

Carmelo Caruso

Al Senato è fiducia. 40 contrari e 2 astenuti. Un Draghi emozionato. Loda la politica che rimane sorpresa dal suo discorso. Anche gli ammaccati di Lega e M5s sono costretti ad accettare digrignando i denti

Roma. Non si accontenta di passare ma è pronto a rimanere. Mario Draghi ottiene la fiducia al Senato con 262 voti. 40 contrari e 2 astenuti. La maggioranza è altissima. Ha parlato quasi un’ora, ha ascoltato un oceano di interventi e anche durante la replica voleva spiegare che tutta la sua storia era qualcosa di minuscolo rispetto all’onore di questo incarico.  Chiedeva infatti di credergli perché “non vi è mai stato, nella mia lunga vita professionale, un momento di emozione così intensa e di responsabilità così ampia”. Non mentiva. Ha cercato nella lingua il conforto che ha sempre trovato nelle cifre. Ed è riuscito a elevarla abbassandosi e rimpicciolendosi. Ieri è scomparso per apparire nuovo.


Mario Draghi non scompariva solamente perché la sagoma di Roberto Garofoli, il suo nostromo, il suo sottosegretario, l’uomo alto e stretto, nascondeva e copriva la sua. Per la prima volta c’era timidezza ma era proprio quella che lo aiutava e lo raccontava. Le sue cartelle erano il suo legno in questo nuovo mare. Si può dire che una frase come quella che Draghi ha pronunciato: “Conta la qualità delle decisioni, conta il coraggio delle visioni. Non contano i giorni. Il tempo del potere può essere sprecato anche nella sola preoccupazione di conservarlo”, è una frase che ogni politico avrebbe per una volta voluto pronunciare? Tatjana Rojc, la senatrice del Pd che si era fatta responsabile per spirito di partito e in aiuto di Giuseppe Conte, ha detto che il lessico scabro di Draghi ricordava addirittura quello del poeta Giuseppe Ungaretti. Nel salone Garibaldi, Andrea Cangini, di Fi, consigliava di non sprecare questa occasione perché dopo di lui, a questo paese, non resterebbe che “un generale dei carabinieri”.

 

Draghi ha parlato di “ricostruzione nazionale”, “spirito repubblicano” e aggiunto che “l’unità non è un’opzione ma un dovere”. E’ un programma vasto e ambizioso e non basterebbe una legislatura. La politica lo ha compreso e ne era quasi spaventata malgrado si debba a Draghi il buffetto a tutta la retorica anti di questa mala epoca: “Si è detto e scritto che questo governo è stato reso necessario dal fallimento della politica. Mi sia consentito di non essere d’accordo”. Ha scelto per il suo governo l’espressione “governo del paese” ma ha soprattutto avvisato Matteo Salvini che la partecipazione all’euro è irreversibile.

 

Giancarlo Giorgetti, che a ogni pensiero del suo premier annuiva, aveva così voglia di lavorare, e fare bene, che appena Draghi ha chiuso il discorso è andato subito al Mise. Oggi deve occuparsi di crisi aziendali e non ha più tempo per Salvini. C’è un reparto che sembra quello di un ospedale. Sono gli ammaccati da Draghi. Danilo Toninelli, di pomeriggio, ha straparlato di élite. Alberto Bagnai mescolava inglese, tedesco. Digrignava i denti. Tutti e due potrebbero fare un intergruppo con Nicola Morra, un altro che ieri era più cupo del cielo di Roma che era un cielo terso. Aveva senso attendere la cifra del voto di fiducia? Quanti i no? Era una domanda inutile. Si sbaglia quando si crede la fiducia sia una questione di numeri. Draghi l’aveva a prescindere dalla quantità.

 

Appartiene alla famiglia dei “secchi” italiani. Gli affilati: Dossi, Ceronetti, Pontiggia. Tutti citano il “whatever it takes” ma nessuno conosce le parole che seguirono. Sono forse ancora più importanti e decisive: “Faremo tutto il necessario e, credetemi, sarà abbastanza”. Vedrete, tenteranno di taroccarlo come i prodotti di successo. L’unico pericolo per Draghi sono quelli che diranno “come dice Draghi” che è tutto quello che Draghi mai direbbe.

 

  • Carmelo Caruso
  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica, ha scritto otto anni per Panorama occupandosi di politica, cronaca, cultura. Nel 2018 a Il Giornale. Oggi in redazione a Il Foglio.