Calise ci spiega perché il partito di Conte non sarebbe come quello di Monti

"Giuseppe Conte si sta muovendo bene, con la consapevolezza che l’intenzione di Matteo Renzi – come ha detto Prodi - è sempre stata quella di rompere”
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14 JAN 21
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“Giuseppe Conte si sta muovendo bene, con la consapevolezza che l’intenzione di Matteo Renzi – come ha detto Prodi - è sempre stata quella di rompere”, dice al Foglio il politologo Mauro Calise, studioso di leadership e partiti personali. “Non per cattiveria, ma perché Renzi ha un bisogno vitale di stare sulla scena. Se non riesce a stare sulla scena come vero protagonista, non si smuove dal suo 3 per cento, ed è finito. Non può però tornare sulla scena con un rimpastino, ma neanche con un Conte ter, che non nascerebbe alle condizioni di Italia viva, ma a quelle dettate dal Quirinale”.
Il ragionamento di Conte è semplice, dice Calise: “Ha detto: o mi fate fare il premier sul serio, oppure andiamo a vedere le carte in Parlamento. L’unica sua debolezza sono stati i Cinque stelle. Sarebbe bastato che due settimane fa il M5s, partito di maggioranza relativa e spaventato tanto quanto Renzi di un voto anticipato, dicesse: non c’è ipotesi di governo senza Conte. Così si sarebbe fermato tutto. Gli stessi dirigenti del Pd, che vedevano di buon occhio il ridimensionamento di Conte per interposto Renzi, avrebbero dovuto cambiare atteggiamento. Ce lo vede lei un governo con un nuovo premier come Franceschini, che si sta meticolosamente costruendo la strada per il Quirinale, a mediare con i Cinque stelle, che nel frattempo avrebbero liquidato l’unico leader che si ritrovano? E Renzi che dopo un primo ribaltone potrebbe mettersi a ordirne un altro? Mi sembrano esercizi fantapolitici”.
Per questo Conte ha dovuto tagliarsi i ponti alle spalle, costringendo i Cinque stelle a un appoggio incondizionato? “Si. In questo modo, Conte si è intestato il M5s, rafforzando la sua collocazione più naturale. Ed è la prima carta che si è giocato. Nell’ipotesi – sempre in campo – che si trovi un accordo last-minute, in cui i due duellanti sarebbero costretti a convivere, Conte non sarebbe più un re travicello, ma il capo del maggiore partito in parlamento”. Poi ci sono le altre due carte: “Mette in piedi un nuovo governo senza Renzi, oppure, se si va a elezioni anticipate, costruisce un partito che fa da ago della bilancia”.
Calise diffida sempre dei partiti personali improvvisati, ma “quello di Conte potrebbe funzionare. Ha lavorato due anni sotto traccia, tessendo una rete di relazioni molto fitta con un arcipelago di potentati e apparati amministrativi. Inoltre, se si dovesse andare alle elezioni, Conte potrebbe rafforzare la popolarità di cui già gode presentandosi come il difensore dell’onore istituzionale”. Certo, c’è sempre il rischio di finire come Mario Monti. Ma è un rischio che Conte è disposto a correre, osserva il politologo.
Il punto, dice Calise, “è che Conte si è trovato da un giorno all’altro al centro del mondo. Secondo lei è così terrorizzato dall’idea di andarsene a casa? Non ha il solito problema dei politici che si sentono male se vengono privati dei riflettori. Ha messo in conto di perdere. E di tornare a fare il professore. O il Cincinnato. Nella confusione che si aprirebbe, molti lo rimpiangerebbero”.
Altra storia per Renzi, i cui problemi politici non si risolvono “con qualche ministero. O Renzi torna a essere protagonista per i prossimi due anni, oppure non ha speranza di far crescere il suo partitino. E deve crescere contro Conte. Tra i due, oltra a una caratteriale antipatia, c’è anche concorrenza, perché entrambi condividono uno spazio elettorato moderato che all’inizio si era fatto affascinare da Renzi. Certo, Renzi resta un oratore straordinario. Ma per tornare quello di prima dovrebbe fare di nuovo il primo ministro. Il problema è che gli manca il 30 per cento dei voti”.