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Storia e ascesa di Pierpaolo Sileri, il grillino da prima serata più amato dai non grillini
La consacrazione mediatica (in alternanza "poliziotto buono-poliziotto cattivo" con il collega senatore Ettore Licheri), i viaggi in Cina per riprendere gli italiani di Wuhan, la paternità, le parole di alleggerimento sugli "affetti stabili", la chiamata in politica grazie a Paola Taverna
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6 NOV 20

Parlava con il Corriere della Sera, il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri, senatore a Cinque stelle, qualche giorno fa, dicendo cose che suonavano come un “attenti colleghi” più che come un “bravi colleghi”. E, da medico chirurgo oncologo quarantottenne, romano e romanista (ma gentile con le altre squadre, cosa che gli ha attirato gli anatemi dei tifosi giallorossi), sottolineava l’esistenza “di un problema di tenuta sociale”. E a “Di martedì”, su La7, due sere fa, con tono robotico da vero esperto di Robotica, materia da lui studiata a lungo, ha confermato che sì, “andiamo incontro a chiusure localizzate per limitare il rischio”, ma ha cercato di far capire che si vuole tornare quanto prima “alla normalità”. Poi, en passant, ha anche voluto far sapere agli astanti che diventerà padre per la seconda volta (la prima è stata contemporanea al debutto politico, come il matrimonio con la moglie Giada, sposata agli albori del governo gialloverde di cui Sileri non faceva parte, ché è stato nominato viceministro nel successivo assetto rossogiallo). Senonché, nel citare il particolare di vita privata, aveva sul volto un sorriso da medico che vuole distrarre dal peggio, cosa capitata più volte in questi mesi, tanto che in Senato raccontano che, a forza di vedere quei suoi sorrisi, qualcuno lo aveva soprannominato “Patch Adams”, dal protagonista del famoso film con il compianto Robin Williams. In ultimo (ieri) Sileri ha parlato, su questo giornale, di “approccio stop and go”, come a voler depotenziare verbalmente gli eccessi catastrofisti. E insomma, a ogni intervista e a ogni presenza televisiva (molte presenze, con incoronazione mediatica presso lo studio di Massimo Giletti, a “Non è l’Arena”, su La7, e con alternanza in stile “poliziotto-buono-poliziotto cattivo” con il senatore M5s Ettore Licheri), si ha l’impressione che in Sileri non abbia mai messo radice la caratteristica vis polemica a Cinque stelle d’antan, quella che punta sulla retorica della virtuosa incompetenza che va al potere (Sileri ha invece condotto battaglie anti-nepotismo e pro-competenza negli Atenei che, per strano giro del destino, gli sono valsi la candidatura, con chiamata alle armi di Paola Taverna). Fatto sta che nel 2018, dopo la nomina a presidente della Commissione Sanità, accanto al suo nome si scriveva senza difficoltà “senatore grillino”, ma dopo il suo arrivo al ministero, nel 2019, si è fatta fatica, raccontano in una redazione tv, “ad affiancare nei sottopancia alla dicitura ‘viceministro della Salute’ la specifica parentesi ‘M5s’”.
C’è da dire che Sileri, di suo, sembra sempre sollecito nel sottolineare la caratteristica di esperienza casuale e a tempo del suo viaggio al termine del governo rossogiallo, tanto che, in una recente intervista a Libero, ha prefigurato un suo futuro rientro in sala operatoria, il luogo dove vuole tornare nel 2023, destinato com’è via concorso al San Raffaele, l’ospedale di Alberto Zangrillo, medico di Silvio Berlusconi e primario di Anestesia, considerato da alcuni un quasi-negazionista (Sileri invece lo difende sempre, dicendo che sono gli altri a non capire quel che dice Zangrillo). E’ andato due volte in Cina agli albori della pandemia, il viceministro, a prendere gli italiani rimasti a Wuhan, ed è stato applaudito da platee trasversali di internauti esasperati dal lockdown quando, alla vigilia del primo alleggerimento di maggio, ha tagliato la testa ai dubbi: anche l’amicizia è un affetto stabile, ha detto, basta che siano amici cari (e però poi ha sempre specificato che non si doveva pensare di essere di fronte a un “libera tutti”). In Senato, racconta un senatore, è colui al quale, in tempi di Coronavirus ma anche prima, “ogni giorno qualcuno chiede qualsiasi cosa: dove faccio il tampone, conosci un bravo ortopedico, mi sento sempre stanco”. Non è di famiglia destrorsa, anche se ha avuto simpatie per An: sua madre votava centrosinistra, ma, ha raccontato lui stesso a “Un giorno da pecora”, su Radio 1, si è risolta infine a votare M5s, non prima di aver trasecolato: “Ma che sei matto? con quelli?”. Ha condotto una piccola battaglia contro gli incarti in alluminio, Sileri, uno che combatte per velocizzare l’omologazione dei test salivari ed è tra gli antesignani dei contagiati dal Covid, senza per questo essere allarmista. Non va d’accordo (anzi) con i no-vax che circolano nel partito che l’ha candidato, ma piace a quelli, tra i Cinque stelle, che considerano il suo desiderio di tornare a fare il medico come vera aderenza all’anima originaria m5s: della serie “facciamo politica come servizio”, con buona pace dei fan del terzo mandato.
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Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.