Lo sciatto gratta e vinci per il Campidoglio
Quello che colpisce di più è la paurosa incapacità dell’opposizione a costituire, in tanti anni, una base programmatica e tecnica di contrasto al fallimento Raggi
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14 AUG 20
Ultimo aggiornamento: 04:55 PM

Foto LaPresse
Di Virginia Raggi come sindaco di Roma e come figura pubblica qui si è detto da tempo, e non c’è niente da aggiungere. La sfacciataggine di una ricandidatura dall’alto di un clamoroso fallimento si commenta da sé. Colpisce invece la paurosa incapacità dell’opposizione a costituire, in tanti anni, una base tecnica e programmatica di contrasto a questo fallimento, un sistema di alleanze sociali e culturali, un senso comune del riscatto e della svolta, e una leadership in grado di parlare ai cittadini, di suscitare un minimo di fiducia o anche soltanto di interesse focalizzati su un nome, su una rosa di nomi certificati e chiaramente impegnati a una successione politica seria e ordinata.
Per l’area “no Raggi” tutto era cominciato con una fase di dissoluzione, divisione, sconcertante leggerezza. Avevano promosso a sindaco un medico su cui era ovvio avere dubbi, un tipo qualunque che mostrava comportamenti degni di una satira di Giovenale o di un epigramma di Marziale, addirittura, insomma una non-personalità politica scelta soltanto per esigenze di equilibrio, di facciata, con un lavorio politico dietro le quinte a sorreggere o boicottare un campione modestissimo della società civile che risultò indiscernibile e alla fine di penosa inutilità.
Al tutto del disastro, e come fattore concorrente del disastro, si annunciò a un convegno del Pd la famosa bufala di Mafia Capitale, poi divampata in arresti-spettacolo e in oscena mediatizzazione, una campagna alla quale ancora oggi un Calenda, persona in genere informata e accorta, si piega in reverente encomio. Quella tragicommedia servì a portare la Raggi, improvvisata figura di coniglio estratto da un misterioso cilindro in mezzo a strepiti isterici d’ogni tipo, oltre il 60 per cento e i grillini, di lì a poco, a conquistare la maggioranza relativa nazionale, con lo zampino di giudici disattenti al cuore di giustizia delle cose e di un coro indecente di assalti in nome del mitico rimbombo della parola “onestà”.
Nessuno ha riflettuto su questo, nessuno ha guardato al generale fenomeno di liquefazione di una tradizione e di un bagaglio politico che pure a Roma era notevole, e dopo la sconfitta della ragione e della verità è ripreso pigramente il solito tran tran. Chi aveva ingaggiato tardivamente battaglia per difendere un indifendibile “modello Marino” (dal nome dell’ex sindaco troncato da inettitudine e pettegolezzo e grancassa mediatico-giudiziaria) prese la fuga, si è “dato”, come si dice vernacolarmente a Roma. Brave persone e eletti più o meno isolati hanno tentato di farsi largo e di creare esperienza, ma senza una guida e senza una prospettiva. Il risultato è l’incredibile ricandidatura e il riavvio della giostra dei controcandidati scelti fior da fiore, all’ultimo momento, a mezzo interviste e spifferi, tra generici papabili, un attore, un sovrintendente, un industriale, chissà chi altro, todos caballeros ma nessuno che abbia responsabilmente lavorato, con costanza e la dovuta radicalità, per arginare il peggio della giunta Raggi e preparare il meglio di una alternativa, guadagnandosi una fetta almeno di consenso cittadino.
Così le elezioni non esprimono il senso di un percorso di battaglia nelle istituzioni e nella realtà sociale di una città, mancano completamente del senso dell’identificazione popolare, della squadra, dello staff, del leader, diventano una lotteria di nomi e di interessi generici che viene bandita ogni volta, per un rapido gratta e vinci. In Francia il ruolo di sindaco è la sacra premessa di ogni capacità di governo, ed è rarissimo sfuggire alla regola del radicamento come è avvenuto per un fenomeno eccezionale quale è stato Macron, da noi il sindaco, ma non di Le Havre, anche di Roma, che se vogliamo conta di più e non solo in senso simbolico, è una scelta occasionale, non testata, priva di fascino e di gusto dell’avventura politica, robetta senza importanza. Roma in sindachese è fatta così, è così diversa dal Borgomastro di Milano, dal sindaco delle Due Torri o di Firenze o perfino di Napoli o Palermo, è l’occupazione del Campidoglio da parte della classe dirigente più sciatta e incurante del paese. Poi ci lamentiamo che la città sia disfunzionale, caciarona, sporca e bucherellata. Vorrei vedere.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.