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Fidarsi dell’Italia e degli italiani si può. La grande lezione della pandemia

Perché non riconoscere che il nostro paese, di fronte alla gestione del virus, è stato più un modello che uno zimbello? L’Italia avrà un futuro solo quando imparerà a non vergognarsi di se stessa

27 Luglio 2020 alle 08:12

Fidarsi dell’Italia e degli italiani si può. La grande lezione della pandemia

Foto LaPresse

E se fosse arrivata l’ora di riscrivere un pezzo della storia italiana? Non sappiamo l’estate cosa ci riserverà, non sappiamo la pandemia che traiettoria avrà, non sappiamo cosa succederà quando a settembre i nostri figli torneranno a scuola, non sappiamo quale sarà l’impatto reale del coronavirus sulla nostra vita, ma a quasi cinque mesi da quel 9 marzo in cui è cambiata la nostra vita, e in cui l’Italia ha scoperto come si traduce nella nostra lingua la parola lockdown,...

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Claudio Cerasa

Claudio Cerasa

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

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Commenti all'articolo

  • maropadila

    27 Luglio 2020 - 16:08

    Il Direttore é stato abile nel rivendicare una presunta “bontà” del cosiddetto “modello italiano”, inventato, credo, da Casalino &Co., senza citate l’attuale governo, ma sembra fin troppo evidente l’implicito riconoscimento a Conte, ulteriore conferma del progressivo avvicinamento del giornale all’attuale capo del governo e alla coalizione che lo sorregge.

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    • Andrew

      Andrew

      27 Luglio 2020 - 17:27

      Lei parla di "avvicinamento", io penso che dopo travaglio è il secondo house organ di Giuseppi.

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  • kriszt49

    27 Luglio 2020 - 14:45

    Questo Paese dimostra che nei momenti drammatici dà sempre il meglio di sè. Sono d'accordo con il Direttore nel dire che la gestione della pandemia del Covid-19 è stata e può continuare ad essere un esempio per tutti i paesi del mondo, comprese le superpotenze che in questo caso si sono rivelate del tutto fallimentari. Il popolo italiano è di grande umanità e di grande intelligenza, qualità indispensabili in circostanze simili. kriszt49

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    • stefano.fumiatti

      27 Luglio 2020 - 15:23

      Caro lettore kriszt49.....se la ‘gestione’ della pandemia (io direi capitolazione di fronte al celebre ‘comitato tecnico scientifico’ )...dell’Italia e’ stata un ‘modello’ per tutti i paesi del mondo cosa dire del modello di gestione di Germania, Corea del Sud e Giappone (tanto per citarne 3) ? .....senza tralasciare la piccola Grecia, Singapore, Taiwan e la Nuova Zelanda........

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      • kriszt49

        27 Luglio 2020 - 22:44

        Gentile stefano.fumiatti....noi siamo stati tra i primi, più colpiti al mondo dal Covid-19 con una violenza inaudita e con un numero di morti inimmaginabili, più di 16 mila nella sola Lombardia e più di 35 mila in tutta Italia. Bene ha fatto il Premier Giuseppe Conte a fidarsi del suo "comitato tecnico scientifico" e chiudere l'intero Paese, dal 9 marzo 2020 per più di due mesi, evitando così un ecatombe. Possiamo dire che grazie a questa gestione quasi l'intero Sud è stato solo, appena sfiorato dall'immane tragedia. Scusi se è poco. Dopo un po' tante altre nazioni hanno cominciato a copiare l'esempio italiano che può piacere o no ma sta funzionando. kriszt49

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    27 Luglio 2020 - 14:14

    Al direttore - Bene: gli italiano sono migliori dell'immagine che la vulgata, specie internazionale, dà di essi. Resta un arcano perché, nei secoli, non siano mai riusciti ad esprimere una classe dirigente, in ogni senso, politico, sociale, economico, che sapesse incanalare al meglio quelle qualità cui fa riferimento il suo scritto. Danno l'dea di una squdra di buona stazza che si frammenta in fazioni di spogliatoio, perché rifiuta ogni allenatore e lo schema di gioco che propone. Riflettere.

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    • joepelikan

      27 Luglio 2020 - 18:25

      Perché, caro Lupimor, una classe dirigente dev'essere anzitutto patriottica, ma non nel senso di avere un'idea smisurata della presunta grandezza della propria Nazione, ma nel senso di amarla a fondo, avere contezza di cosa la distingue nel bene e nel male dagli altri popoli e lavorare per ingrandirne il bene e rimpiccolirne il male. Persone di questo tipo ci sono, basta saperle scegliere. Chi invece coltiva l'idea dell'irredimibilità dei propri compatrioti, è pronto ogni giorno a gettarli in pasto allo straniero che, in quanto tale, e non perché malvagio, ha a cuore il proprio interesse e non il nostro. Aggiungo che questa "nobile" idea di vendere gli Italiani allo straniero perché sarebbero irrecuperabili, è spesso una misera razionalizzazione del fatto che lo straniero spesso, con posti, titoli, prebende, onorificenze, seggi in comitati e associazioni per le società aperte varie, sinecure etc., riempie d'oro le tasche di chi la propala.

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    • gheron

      27 Luglio 2020 - 18:09

      Una nota, se permette. Penso non sia mai esistito un popolo italiano. Ma una classe dirigente, sì. La gerarchia che da duemila anni è presente e attiva sul colle vaticano. Nel bene e nel male noi italiani siamo gli stampi forgiati da quelle officine, per gli usi e le funzioni voluti da quelle élites.

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  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    27 Luglio 2020 - 13:30

    Il direttore oggi auspica che sia “arrivata l’ora di riscrivere un pezzo della storia italiana” non lesinando compiacimento nel manifestare il più ampio consenso a quella che, gli pare, sia stata la “la grande lezione della pandemia”: “il nostro paese, di fronte alla gestione del virus, è stato più un modello che uno zimbello”. Il guaio è che ha ragione: solo che non c’è da entusiasmarsi affatto per questo “modello”. Lo dice, parlando d’altro (ma anche no), Oliver Rey, sullo stesso Foglio di oggi: "La nostra civiltà assomiglia a quei polli che continuano a correre per un attimo nonostante gli sia stata tagliata la testa". Il che spiega molto dell'accondiscendenza di tanti fanatici del “precauzionismo da lock-down ad oltranza”. Non foss’altro che per l’inevitabile riflesso evocativo all’ habitat tipico di una “civiltà di polli” (con o senza testa): l'allevamento in batteria.

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