Bergamo, il comitato dei parenti delle vittime del coronavirus (fotoLaPresse)

Imbarazzo a 5 stelle

Salvatore Merlo

Imbastivano la forca perché i pm convocavano il leghista Fontana. Ora che chiamano Conte, è un “atto dovuto”

Roma. Dove prima erano forche e forconi, cappi penzolanti e senza la perdita di tempo d’attendere quell’inutile complicazione tediosa chiamata processo, figurarsi le sentenze, giacché diceva la buonanima di Casaleggio “al minimo dubbio nessun dubbio”, ecco che in quel luogo geometrico della citrullaggine furiosa chiamato Movimento cinque stelle d’un tratto il forcaiolismo senza briglia e senza senso si tramuta in imbarazzo, silenzio, uno show di cautele, delicatezze, tossettine e piedi di piombo. Saggezza, persino. Appena una settimana fa costruivano un teorema sulle dimissioni di Attilio Fontana, perché convocato in procura per la storia della zona rossa a Bergamo. Ma oggi, che la convocazione riguarda Giuseppe Conte cambia tutto. “E’ un atto dovuto”, dicono all’unisono Toninelli, Buffagni, Crimi e insomma tutto lo staterello maggiore, il cucuzzaro del M5s. 

 

E ovviamente hanno ragione, i grillini. Anche quando adesso sbuffano e s’innervosiscono perché Matteo Salvini c’inzuppa il pane e a modo suo fa il grillino (un po’ a ciascuno non fa male a nessuno): “Giustizia è fatta”, diceva l’altro giorno il segretario della Lega. Ma quale giustizia? Di che stanno parlando tutti? La vicenda è surreale e paradigmatica. Al termine (si spera) d’una pandemia da film apocalittico americano, conclusa la fase “Contagion” ecco che inizia la commedia all’italiana , “Civitoti in pretura”, con i magistrati che indagano, convocano i politici nemici del popolo, vogliono stabilire cosa andava fatto e cosa no, cercano un colpevole che tutti sanno non si troverà mai perché forse nemmeno esiste, e così s’infilano spensieratamente nelle complicatissime pieghe della Costituzione, del Titolo V, dei rapporti tra stato e regioni, cercando di districarsi in quell’ambiente grigio ed enigmatico che niente meno sono le competenze dello stato centrale e quelle delle regioni: perché non fu creata una zona rossa nel bergamasco? E a chi toccava crearla, al presidente della regione Fontana o al presidente del Consiglio Conte?

 

Bella domanda, cui forse non saprebbero rispondere nemmeno Giuliano Amato, Augusto Barbera e Franco Bassanini, che pure il titolo V lo ha scritto di suo pugno. Come tutti sanno, le regioni hanno infatti la responsabilità della salute, ma la scelte di ordine pubblico spettano allo stato.  E allora, per dirimere la questione, i giudici, dopo aver convocato il presidente della Lombardia e i suoi assessori, convocano pure il ministro dell’Interno, quello della Sanità e addirittura il presidente del Consiglio, alla vigilia degli Stati generali dell’economia, insomma all’alba del suo atto politico più importante. E così finisce che, nel giorno in cui la procura convoca i leghisti, i grillini urlano “in galera” e “dimissioni” mentre i padani gridano “vergogna”. Ma non passa che qualche giorno, ed ecco che i ruoli s’invertono come nel teatro monomultiplo di Bertold Rojas: convocano Conte? E i leghisti applaudono alla “giustizia”, mentre di fronte ai grillini semisvenuti si spalancano di colpo prospettive vertiginose: “Un invito a comparire non è una sentenza di condanna”. Ma non mi dire? E allora Bibbiano? Come in una pazza altalena, in una ginnastica di furbe contorsioni, fra capriole tonanti e silenzi di sasso, il giustizialismo si commuta in garantismo, il garantismo in giustizialismo, e senza mai perdere, come si dice, né il pelo né il vizio. Un capolavoro di commedia, uno spettacolo, giustizia e politica, manette e paraculi, in pratica la storia recente d’Italia.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.