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La danza attorno a Conte

Claudio Cerasa

Confindustria, Ance, Confesercenti, Legacoop, Confartigianato, Confcooperative. E poi il M5s, Renzi e anche il Pd. Per tutti il tema è uno: come si crea discontinuità al governo senza creare instabilità? La sfida che si nasconde dietro al decreto “Rilancio”

La storia che vi stiamo per raccontare è una storia di cui si conosce la trama ma di cui non si conosce ancora il finale perché il finale dipenderà da un numero di fattori oggi difficilmente calcolabile: la qualità del decreto “Rilancio”, l’entità della crisi economica, la solidità del sistema bancario, le oscillazioni dello spread, l’incremento della disoccupazione, l’aumento della povertà e la capacità dell’Italia di vivere la fase senza ricadute eccessive.

 

La storia che vi stiamo per raccontare riguarda il futuro di questo governo e la presenza attorno alla figura del presidente del Consiglio di una danza che giorno dopo giorno somiglia a un ballo sempre meno propiziatorio e sempre più sacrificale. I consensi del presidente del Consiglio sono ancora alti e in una fase in cui l’allarme per la pandemia resta elevato può sembrare bizzarro immaginare un cambio di governo. Ma la politica è fatta anche di puntini che si uniscono e se si vanno a unire si scoprirà che il consenso di cui gode Giuseppe Conte è inversamente proporzionale al numero di avversari che in queste ore gli si presenta di fronte. Non è detto che questo sia sufficiente per far sì che in questa legislatura possa cambiare qualcosa ma le spinte per un cambiamento sono ormai numerose e unire i puntini può essere utile per capire qualcosa in più su quello che potrà essere il destino del nostro paese. Il primo fronte da inquadrare è un fronte non strettamente politico, ma con un forte impatto sul mondo della politica, rappresentato dalle stesse categorie produttive che nel dicembre del 2018 si ritrovarono a Torino per difendere la Tav e chiedere agli azionisti di maggioranza del governo o di cambiare passo o di cambiare governo. La stessa richiesta, seppure in forme meno visibili, arriva oggi da Confindustria, Ance, Confapi, Confesercenti, Confagricoltura, Legacoop, Confartigianato, Confcooperative, Confcommercio, Cna, Agci e Casartigiani, che messe insieme rappresentano imprese che danno lavoro a circa 13 milioni di persone che producono circa il 65 per cento del pil italiano, e che in forme più o meno discrete negli ultimi giorni hanno consegnato agli azionisti della maggioranza un messaggio non troppo diverso rispetto a quello consegnato nel 2018: provare a cambiare passo o in alternativa provare a cambiare governo.

 

Rispetto al 2018 la fase è molto diversa, anche se in verità i mercati hanno sofferto finora più la crisi indotta dal programma di governo gialloverde che la crisi indotta dalla gestione della pandemia, ma a rendere non del tutto fumosa la richiesta di discontinuità da parte dei così detti ceti produttivi sono le geometrie che si sono andate a consolidare in Parlamento nelle ultime settimane. E se si osservano senza schermi ideologici gli equilibri della maggioranza non si può non notare che a chiedere una qualche forma di discontinuità non sono soltanto i partiti che presidiano lo spazio dell’opposizione ma sono ormai anche quelli che presidiano lo spazio del governo.

 

E per descrivere la situazione attuale ci affidiamo alle parole di un ministro grillino che sotto la garanzia dell’anonimato fotografa la situazione con noi più o meno così. Il primo punto, dice il ministro, riguarda un dato di fatto oggettivo testimoniato dai tentativi sempre meno sporadici da parte di Luigi Di Maio di segnalare, come successo in queste ore sul caso della regolarizzazione dei migranti, una distanza dalla linea del presidente del Consiglio. E per quanto ci si possa girare intorno c’è un pezzo non minoritario del M5s, dice il ministro grillino, che “vede Conte in modo non benevolo, causa eccessivi strappi con il movimento, e che volentieri ragionerebbe su un premier alternativo”. Lo spunto che ci offre il ministro – il quale sostiene che anche il capo delegazione del Pd al governo, Dario Franceschini, non sia contrario all’idea di ragionare su una possibile anche se difficile alternativa – ci permette di inquadrare quale potrebbe essere il piccolo spazio di manovra che in assenza di un governo capace di cambiare passo potrebbe permettere un cambio di governo. La linea sognata da Matteo Renzi, da Gianni Letta e da Giancarlo Giorgetti, ovvero un governo di unità nazionale che possa portare anche la Lega a gestire l’emergenza, è una linea di cui molti parlano ma a cui nessuno crede. E ciò che invece anche diversi grillini – e molti esponenti di primo piano del Pd che dopo essere stati ministri in passato mal sopportano di sostenere un governo di cui non fanno parte – iniziano a vedere come una possibilità per creare discontinuità senza creare instabilità è immaginare un cambio di governo che non preveda un cambio di maggioranza. Il ministro grillino, con tono spericolato, arriva a dire che il M5s è pronto a offrire al Pd e a Italia viva un patto per lasciare al Pd la scelta del prossimo presidente della Repubblica (2022) a condizione che il Pd e Italia viva (facendo entrare tutti i loro big nel nuovo governo) accettino di lasciare a un esponente del M5s il compito di guidare l’esecutivo.

 

E’ possibile che nulla di tutto questo possa accadere ma è difficile negare che una stagione straordinaria come quella che ci attende – in cui il pil crollerà come non mai, in cui la disoccupazione aumenterà come non mai, in cui le imprese chiuderanno come non mai, in cui il disagio sociale potrebbe aumentare come non mai – un governo non può non ricordare che senza cambiare passo la tentazione di cambiare assetto potrebbe diventare qualcosa in più di una semplice tentazione. La danza è iniziata. E le reazioni al decreto “Rilancio” ci aiuteranno a capire se per l’Italia sarà sufficiente cambiare registro o sarà invece necessario cambiare qualcosa di più.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.