La guerra all'Europa svela i nemici delle democrazie liberali

Giovanni Pitruzzella

Oltre il Consiglio europeo. Perché il mondo post coronavirus avrà ancora più bisogno della protezione delle società aperte

Il mondo post-coronavirus – come ha detto Henry Kissinger – sarà molto diverso dall’attuale. Ma in che cosa consisterà questa diversità? La pandemia è paragonata a una guerra e i traumi causati dalla guerra storicamente hanno sempre aperto nuovi cicli costituzionali. La pandemia potrebbe perciò essere alla base di un mutamento costituzionale che riguarderà insieme gli Stati e l’Unione europea.

 

Si suole ripetere che l’Unione non ha identità politica e per questo è fragile, e se di un’identità si vuole parlare l’unica sarebbe data dal cosmopolitismo, fatto di universalismo dei diritti, apertura economica senza frontiere, liberismo economico. Sono profondamente in disaccordo. L’Europa ha avuto una sua identità propriamente politica, fatta dalla convergenza delle tradizioni costituzionali degli Stati membri. Tradizioni non coincidenti ma che avevano alcune idee basilari comuni: la democrazia liberale, l’economia sociale di mercato (non il liberismo economico), lo Stato di diritto, i diritti fondamentali. In questo senso era una parte dell’ordine euro-atlantico uscito dalla Seconda guerra mondiale, con suoi tratti peculiari costituiti soprattutto dall’importanza riconosciuta al suo welfare State profondamente diverso da quello americano.

 

Il decennio che abbiamo trascorso è stato caratterizzato dagli attacchi alla democrazia liberale, all’economia di mercato, alle classi politiche che hanno governato in Occidente (le cosiddette élites) mettendo in difficoltà insieme i sistemi politici e costituzionali nazionali e l’Unione europea. E’ fuorviante ritenere che ci sia un’Unione europea debole e disunita e degli Stati che riprendono forza. L’attacco è stato sferrato contro un complessivo ordine politico costituzionale in cui ci sono gli Stati e l’Unione: simul stabunt simul cadent.

 

Certamente una globalizzazione mal gestita (gli effetti dell’”iperglobalizzazione”) e uno sviluppo tecnologico molto disruptive, insieme con le trasformazioni dell’ordine mondiale divenuto multipolare, l’indebolimento dell’aggancio atlantico e le molteplici crisi africane con conseguenti flussi migratori hanno messo a dura prova l’Europa. Ma le democrazie nazionali e le loro élites non si sono rafforzate e la crisi di legittimità le ha investito in maniera pesante. Neppure i piccoli Stati europei si sono dimostrati capaci di gestire con successo i rischi globali cui sono esposti. Di fronte alla forza dei mercati finanziari, dopo la crisi del 2011, la Grecia, l’Italia, la Spagna, il Portogallo, Cipro sarebbero stati travolti senza la copertura finanziaria europea e il ruolo della BCE. Anche la pandemia dimostra quanto illusorio sia chiudersi entro le frontiere nazionali per difendersi da un rischio globale e come se ci fosse stata più cooperazione tra Stati nella prevenzione e nella gestione sanitaria (materie attualmente di competenza degli Stati e non dell’Unione) la devastazione umana, sociale e economica sarebbe stata più contenuta. La loro pretesa di sovranità, oggi, può risultare risibile in un modo dominato da attori globali di dimensione continentale che usano l’economia come strumento di una precisa visione geopolitica al servizio di una politica di potenza.

 

La vera posta in gioco è il mantenimento dei valori e delle idee che avevano definito l’ordine liberaldemocratico. Di esso le costituzioni degli Stati europei e il sistema dell’Unione europea sono parti integranti, interrelate e probabilmente inscindibili. Democrazia liberale, diritti fondamentali, stato di diritto, economia sociale di mercato, sono i veri elementi in discussione. La pandemia è il banco di prova della loro possibilità di sopravvivenza in un sistema giuridico-istituzionale che dovrà inevitabilmente cambiare. Ma una cosa è modificare quest’ordine adeguandolo a cambiamenti strutturali già da tempo avviati, renderlo capace di gestire i rischi molteplici a cui siamo esposti – la “società globale del rischio” teorizzata da Ulrich Beck – un’altra cosa è abbandonare questi valori per entrare in un ordine costituzionale radicalmente diverso, che è quello delle democrazie nazionali illiberali, fatte di chiusura dei confini, governi forti e legittimati dal voto popolare, limitazione delle libertà, abbandono dello stato di diritto, controllo pubblico dell’economia, e, per poter sopravvivere, sottoposizione alla tutela, più o meno visibile, di una delle potenze globali oggi esistenti. La pandemia ha posto le premesse di entrambi gli sbocchi, rendendo la scelta tra le due alternative sempre meno eludibile. Da una parte, per affrontare l’emergenza ci abituiamo alla limitazione delle libertà, al necessario intervento pubblico e all’affermazione del big government, alla chiusura delle frontiere, a un potere di governo che sostanzialmente non incontra limiti, alla distanza dell’Unione europea, al riferimento a potenze globali come la Cina o la Russia. Dall’altra, però, c’è un Parlamento che continua a funzionare, un Presidente della Repubblica che fa appello all’unità nazionale e ai valori della Costituzione, una discussione su quanta limitazione le nostre libertà possono tollerare, per esempio se si introdurrà un’applicazione che traccerà i nostri spostamenti e le possibilità di contagio, imprese private che vogliono mantenere il loro spazio nei mercati globali, e istituzioni europee che hanno raccolto la sfida esistenziale lanciata dalla pandemia. Le istituzioni propriamente europee – che sono cosa diversa dagli organismi intergovernativi – hanno mostrato rapidità di intervento, con in primo piano la BCE che ha messo in campo programmi per l’acquisto di titoli di circa 1000 miliardi di euro e la Commissione con il suo fondo di riassicurazione contro la disoccupazione, mentre è in atto un grande confronto su altri mezzi per rafforzare la solidarietà finanziaria tra diversi Stati. Tutto può succedere nei prossimi mesi ma è bene che tutti – non solo gli italiani ma anche i tedeschi - abbiano chiaro quale è l’effettiva posta in gioco quando si discute del futuro dell’Unione.

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