Matteo Salvini e Luigi Di Maio (elaborazione grafica Il Foglio)

A due anni dalla vittoria della retorica populista l'Italia ha pronto il vaccino

Claudio Cerasa

L’Europa e l’euro non sono mai stati amati quanto oggi. Le infrastrutture non sono mai state così popolari. L’immigrazione è tornata a essere un problema non primario. E c’è un elettore nuovo che si è rimboccato le maniche e chiede di essere rappresentato

La settimana che si apre offrirà ancora materiale per riflettere sulle varie emergenze generate dalla proliferazione del coronavirus e ci sarà ovviamente tempo per discutere su quanto sia complicato per un paese come il nostro far combaciare l’Italia percepita con quella reale. Ma la settimana che si apre è una settimana particolare per via di una data che mercoledì mattina ricomparirà sul nostro calendario. E quella data coincide con un numero e con un mese che avrebbero dovuto in un certo senso costituire l’anno zero di una nuova stagione della politica italiana. La data in questione è quella del 4 marzo e mercoledì saranno esattamente due anni – sembrano vent’anni, lo sappiamo – dalle elezioni che, come si è detto a lungo, avrebbero dovuto cambiare, per sempre, la storia del nostro paese. Due anni dopo il 4 marzo, ci sono due modi per registrare come, politicamente, è cambiata l’Italia. Il primo modo, più pigro ma comunque importante, è riavvolgere il nastro e confrontarsi con i numeri, perché i numeri effettivamente qualcosa ci dicono. Due anni fa il M5s era il primo partito, con il 32,7 per cento, e oggi, secondo la media di tutti i sondaggi fatta da YouTrend, si trova al 14,3 (quasi venti punti in meno).

  

Due anni fa, il Pd era il secondo partito, con il 18,7 per cento, e secondo partito lo è anche oggi, con il 20,6 per cento, nonostante le scissioni di Matteo Renzi (il cui partito vale circa il 4 per cento) e di Carlo Calenda (il cui partito vale circa il 2 per cento). Due anni fa, la Lega era il terzo partito, con il 17,4 per cento, e oggi è invece il primo partito, con il 30 per cento, dopo essere arrivata quasi al 34 alle europee di un anno fa. Due anni fa, Forza Italia era il quarto partito, con il 14 per cento, e oggi è invece il quinto partito, con il 6 per cento, e la sua posizione è stata presa dal partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia, passato nel giro di due anni dal 4,3 al 12,2 per cento. Nel 2018, il centrodestra valeva qualcosa come il 37 per cento (sommando anche la quarta gamba della coalizione, Noi con l’Italia), oggi vale circa il 48,4 per cento, e sommando tutti i satelliti che vivono intorno al Pd (Italia viva, Azione, +Europa, i Verdi, la Sinistra), che valgono il 33,8 per cento, contro il 24,6 del 2018, si arriva a una cifra interessante che ci permette di sviluppare un ragionamento ulteriore, più legato alle idee e meno legato ai numeri.

 

Il numero è questo: attualmente, stando ai sondaggi, l’82,2 per cento degli elettori si riconosce in uno dei partiti che si trovano all’interno del centrodestra o all’interno del centrosinistra (nel 2018 la somma totale era il 59,1 per cento) e partendo da questo numero possiamo affermare che alcune delle verità che due anni fa potevano apparire come assolute hanno dimostrato di essere delle bufale grandi come una casa.

 

La prima non verità, o se vogliamo stare al passo con i tempi la prima “post verità”, oh yes, ha a che fare con la teoria, molto di moda nel 2018, dell’Italia destinata a essere ostaggio per sempre di un bipolarismo in formato populista. Non è andata così, non sta andando così, non andrà così e anzi il vero elemento di riflessione da mettere a fuoco, a voler riguardare per intero il nastro degli ultimi due anni, è che i populismi si stanno sgonfiando e che gli stessi partiti che due anni fa provarono a conquistare il paese a colpi di estremismo oggi sono impegnati a fare di tutto per dimostrare agli elettori che l’estremismo non c’è più e che il populismo, oplà, è stato infilato nel cassetto. Le intenzioni non sempre si accompagnano ai fatti (citofonare Pilastro) ma non c’è dubbio che i due partiti usciti trionfatori dalle elezioni del 2018 – dopo aver provato a governare l’Italia creando un effetto panico sui rendimenti dei titoli di stato notevolmente superiore rispetto a quello creato dal coronavirus – oggi si sono resi conto che per essere considerati credibili hanno bisogno di cancellare il più possibile i propri tratti di estremismo.

 

Due anni fa, il M5s doveva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, doveva portare l’Italia fuori dall’Europa, doveva aggredire l’euro, doveva abolire il Fondo salva stati, doveva combattere i partiti desiderosi di salvare le banche, doveva essere il veicolo di una visione del mondo alternativa a quella della scienza, doveva combattere i vaccini, doveva fucilare qualunque dirigente di partito fosse intenzionato a costruire alleanze con altri partiti e oggi invece, pur essendo ancora un partito ad alto tasso di estremismo, citofonare prescrizione, è lì impegnato a mandare messaggi rassicuranti, a riabilitare la scienza, a difendere l’Europa, a elogiare Macron, a sdoganare persino, dopo essersi già alleati con la Lega e il Pd e Renzi in persona, i liberali di Forza Italia (la nostra piena e incondizionata solidarietà agli elettori del M5s, che dopo essersi sentiti dire per anni di informarsi su Tze Tze e di provare false terapie, mitico fu il siero di Bonifacio a base di pipì di capra, vengono invitati ora da Di Maio a diffidare delle informazioni false).

 

Lo stesso vale per Matteo Salvini, così in difficoltà da aver accettato di valutare un governo di emergenza per non rimanere ostaggio del suo stesso estremismo e così in difficoltà da aver accettato di cancellare dalla timeline della propaganda leghista ogni accenno contro l’euro e ogni tweet a favore di Putin. Due anni dopo, i populisti hanno capito che per essere presentabili hanno bisogno di rendere non credibili le proprie promesse estremiste e pur non essendoci ancora l’alternativa da sogno al governo da incubo rappresentato dal trucismo leghista, a due anni dalle elezioni che avrebbero dovuto cambiare la storia si può dire che il contatto dell’Italia con la retorica populista esportata al governo ha prodotto alcuni vaccini che potrebbero tornare utili nei prossimi anni. Il contatto con il populismo, vedere per credere l’Eurobarometro della Commissione europea, è stato come il contatto di un intero paese con un ambiente senza aria, e quando l’aria ti manca sei lì costretto a non dare più per scontato ciò che normalmente daresti per scontato.

 

L’Europa, in Italia, non è mai stata amata come lo è oggi. L’euro non è mai stato amato come lo è oggi. Le battaglie contro l’Europa, vedi il caso del Mes, sono diventate battaglie impopolari. Le infrastrutture, dopo i mesi passati a mettere in discussione prima la Gronda e poi la Torino-Lione, non sono mai state popolari come in questo momento. L’immigrazione, di fronte a un paese che non cresce, che non fa figli, che ha un debito pubblico molto alto e che non crea molto lavoro, è tornata a essere un problema non più primario. E lo stesso spread, un tempo osservato come un cavallo di Troia del Bilderberg in Italia, oggi è diventato un termometro universale, anche per i populisti, con cui misurare la credibilità del paese, e sarebbe difficile immaginare di vedere oggi un qualche populista desideroso di fare quello che Di Maio e Salvini fecero nel 2018 prima di preparare la legge di Stabilità: fottersene dei mercati.

 

Dire che il populismo è stato sconfitto è dire troppo anche per chi come noi cerca di mettere in rilievo più la bellezza del bicchiere mezzo pieno che la tristezza di quello mezzo vuoto. Ma non capire che, a due anni dalle elezioni che avrebbero dovuto cambiare il nostro paese, l’Italia è molto diversa rispetto a quella che diede una chance al populismo vuol dire non capire quali sono state le piccole e grandi trasformazioni di fronte alle quali ci siamo trovati negli ultimi ventiquattro mesi. Il consenso arriva con la stessa velocità con cui poi se ne va – chiedere a Matteo Renzi e a Luigi Di Maio – e ciò che i partiti antipopulisti dovrebbero forse capire è che in Italia, negli ultimi due anni, è emerso un elettore nuovo, di cui nessuno si occupa, che chiede un po’ meno populismo, che chiede un po’ più pragmatismo, che chiede un po’ meno minchiate e che chiede disperatamente di veder rappresentato un partito diventato negli ultimi due anni probabilmente maggioritario: non quello nato il 4 marzo, il giorno della pazzia italiana, ma quello nato il 5 marzo, il giorno in cui dopo il disastro l’Italia con la testa sulle spalle ha cominciato a rimboccarsi le maniche per evitare che al nostro paese possa capitare di nuovo quello che è successo due anni fa.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.