Un rimedio disperato: dire la verità

Raffaele Alberto Ventura

Dire la verità è raramente una buona idea. Per giunta tutti quanti si sono convinti, dalla destra alla sinistra passando dal centro, che la politica non possa rinunciare a una dose di retorica populista. E se invece ci provassimo? Dire la verità: ovvero che le condizioni economiche del miracolo italiano non torneranno più, che l’occidente cederà una parte della sua supremazia, che ci aspettano tempi difficili e convulsi, che i nemici non vengono da fuori ma ce li abbiamo dentro. Dire la verità: una cosa sconvolgente, mai tentata prima, insomma un rimedio disperato. Ma qualcuno per caso ha un’idea migliore?

  

Certo, possiamo anche continuare a vivere ogni tornata elettorale come una gara a chi spara la promessa più grossa e ogni governo come un’occasione per comprare il consenso di una fetta diversa della popolazione, ma sappiamo benissimo che non può durare: a ogni giro si erode un po’ di legittimità democratica, a ogni turno si lascia il tavolo apparecchiato per la vittoria del populista che verrà dopo.

 

La verità – che per Gramsci era rivoluzionaria – è il solo incantesimo che possa far scomparire la minaccia di chi sulle promesse non mantenute costruisce le sue nuove promesse da non mantenere. E allora bisogna trovare il coraggio, ma anche le parole giuste, e prima ancora i concetti. Riuscire a spiegare perché se abbiamo un sacrosanto bisogno di valori e di legami comunitari non è necessariamente quel ferrovecchio chiamato stato-nazione che servirà a garantirli. Riuscire a immaginare un modello di società capace di non sfaldarsi a ogni singhiozzo del ciclo economico e non sentirsi minacciata da ogni straniero che sbarca. Non esiste e non è mai esistita una “decrescita serena” ma ci sono civiltà che hanno saputo gestire meglio di altre il loro declino, che hanno saputo trasmettere, custodire, poi in qualche modo rinascere. Dire la verità è una necessità vitale per prepararsi al peggio – ma farlo al meglio.

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