Ehi, non esistono più populisti in Italia!

Claudio Cerasa

L’auto vaffa day di Salvini e Grillo è un indizio sulla nuova eccezione italiana

Ma dove diavolo sono finiti tutti i populisti? In Europa, lo sappiamo, Polonia a parte, i populisti se la passano così così. Raccolgono voti ma non vincono, conquistano spazio ma non sfondano, dominano le prime pagine dei giornali ma poi al dunque sono sempre lì: non vincono mai, non arrivano mai al traguardo e nei rari casi in cui ci riescono finiscono per fallire o finiscono per cambiare. L’Italia, fino a qualche mese fa, era il laboratorio perfetto del populismo europeo: aveva due partiti antisistema al potere, aveva due leader antieuropeisti al governo e aveva un premier che candidamente e senza pudore si autodefiniva proprio così: “Populista”.

 

 

Oggi il quadro è radicalmente cambiato. I populisti desiderosi di pieni poteri sono stati confinati ai pieni poderi. I populisti desiderosi di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno si sono trasformati nel tonno che difende la sua scatoletta. E come se non bastasse alcuni tra i principali attori del populismo hanno scelto di impegnarsi in prima persona per estirpare dai propri partiti le erbacce che loro stessi hanno contribuito a far crescere.

 

Ieri sul Foglio un incredibile Matteo Salvini ha usato con Annalisa Chirico parole sull’euro che non aveva mai utilizzato prima, sostenendo che “la Lega non ha in testa l’uscita dell’Italia dall’euro o dall’Unione europea” e augurandosi che “nessuno, dentro e fuori il mio partito, sollevi di nuovo questo tema”. E il giorno prima, Beppe Grillo a Napoli, nel corso dei festeggiamenti organizzati dal M5s per i suoi primi dieci anni di vita, a un certo punto ha guardato i militanti del partito da lui fondato e l’ha messa giù così. Prima ha iniettato ottimismo nelle vene rancorose del suo popolo ricordando che “metà del pil dei prossimi dieci anni sarà immateriale e noi come Italia possiamo fare il balzo, possiamo diventare i numeri uno al mondo”. Poi ha affondato il colpo con un auto vaffa da urlo: “Io a questo ci credo e non voglio che voi rimanete qui a essere sempre quelli che dicono e il Pd, e il Pd, e il Pd… Vaffanculo a voi stavolta!”, e giù otto secondi di applausi. Il Salvini che cerca di ridimensionare il mostro dell’estremismo che ha portato la Lega fuori dal governo (vasto programma) e il Grillo che cerca di combattere il mostro dell’estremismo che da dieci anni guida la rotta del Movimento 5 stelle (vastissimo programma) sono due facce di una stessa medaglia che può far sorridere ma che costituisce la novità più rilevante della fase politica vissuta oggi dal nostro paese: il populismo, per come lo abbiamo conosciuto, non esiste più.

 

Può darsi che sia solo una questione di opportunismo, può darsi che sia solo una questione di algoritmo, può darsi che sia solo una questione di convenienza, può darsi che tra qualche mese Salvini torni a spacciare le lire e che Grillo torni a mandare a fanculo la casta. Ma il fatto c’è ed è gustoso: i grandi generatori del populismo hanno scelto di chiudere il serbatoio (un anno fa, il 14 ottobre del 2018, Giuseppe Conte diceva che “il popolo è all’articolo uno della Costituzione”, che “non si può pensare di fare politica alimentando la frattura tra classe dirigente politica e popolo” e che “Io sono populista nella misura in cui siamo consapevoli di questa frattura e stiamo agendo per risanarla”, un anno dopo Giuseppe Conte, il 14 ottobre del 2019, si trova in Irpinia, in occasione di una giornata in ricordo di Fiorentino Sullo, seduto accanto a Ciriaco De Mita, Gianfranco Rotondi, Nicola Mancino e Gerardo Bianco) e hanno capito che in un paese come l’Italia alimentare l’estremismo è il modo migliore per non cambiare nulla. In questo quadro in continua mutazione – in cui gli estremisti tentano la carta della moderazione, in cui i padrini dell’estremismo rinnegano le proprie battaglie, in cui gli anti estremisti elogiano la competenza degli avversari un tempo estremisti e in cui persino il Cav. si è preso una cotta politica per Di Maio – gli unici che sembrano non cambiare sono tutti coloro che rifiutandosi di fare i conti con la realtà continuano a dire che nulla cambia, che il governo di oggi è uguale a quello di ieri, che populisti avevamo e populisti abbiamo e non si rendono conto di essere diventati loro stessi i veri protagonisti di una nuova grammatica anti politica. E allora chiudiamo con una provocazione: e se oggi i veri populisti fossero quelli che, gallidellaloggianamente, scelgono di chiudere gli occhi di fronte ai piccoli cambiamenti del populismo per continuare ad avere una buona scusa per attaccare la casta della politica? Chissà.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.