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L’uomo di partito ostaggio del potere repressivo dello stato. Ricordo di Penati

L'ex presidente della provincia di Milano è per noi che lo abbiamo avuto come dirigente politico, amministratore, e compagno di tante battaglie, un simbolo di come la storia possa rovinarti addosso da un momento all’altro, devastandoti

9 Ottobre 2019 alle 19:18

L’uomo di partito ostaggio del potere repressivo dello stato. Ricordo di Penati

(Foto LaPresse)

Al direttore - Filippo Penati è per noi che lo abbiamo avuto come dirigente politico, amministratore, e compagno di tante battaglie, un simbolo di come la storia possa rovinarti addosso da un momento all’altro, devastandoti. Ed anche l’esempio di come un uomo possa avere radici così forti, legami così autentici, convincimenti così radicati, da esser capaci di farvi fronte senza perdere il proprio spirito, il sorriso, la propria caratteristica grande umanità. Dopo la mostrificazione ad opera di questo assurdo e violento sistema mediatico giudiziario, ricordo di avergli detto di venire in studio, a Milano, dalla sua Sesto San Giovanni, per andare subito a bere un caffè sotto braccio in un popoloso bar del centro. Per farci vedere insieme.

 

Filippo non mai avuto paura del giudizio delle persone. Perché aveva la coscienza e la stoffa di un uomo solido e perbene. E conosceva le regole dell’arte della guerra, che caratterizzano la battaglia politica. Quello che non poteva immaginare, perché va oltre l’immaginazione, era che una delle parti belligeranti potesse usare armi non convenzionali, cioè il potere repressivo dello Stato e delle televisioni. E che quelle armi venissero usate contro di lui, che in fondo si era occupato da maestro di come far sopravvivere il suo territorio alla più clamorosa trasformazione, da città industriale a città dei servizi, combattendo casa per casa, fabbrica per fabbrica, con sapienza, lungimiranza, visione. E da ultimo immaginando di impegnare la provincia di Milano nella più colossale azione di infrastrutturazione e potenziamento della mobilità, con dieci anni di anticipo su quanto poi è in effetti accaduto grazie alla spinta di Expo. Operazione di cui ancora si dibatte nelle aule di giustizia, dopo una sentenza contabile che sarà impugnata anche davanti alla corte di Strasburgo, arrivata come una coltellata maldestra inflitta quattordici anni dopo i fatti, da cui sono già scaturite archiviazioni e scuse persino dagli autori del teorema accusatorio.

 

La storia però non ha e non deve avere solo letture processuali. A un certo punto, si è smarrita la norma fondamentale cui aveva dedicato la vita. La centralità della politica nella forma del partito popolare di massa. Il principe aveva cambiato sembianze e l’accelerazione impressa dal populismo giudiziario fu solo l’epilogo di un cambiamento epocale, che ancora oggi non ha trovato soluzione nell’eterna transizione del nostro paese dopo i fatti del 1993.

 

Filippo era un uomo di partito. Non si era accorto, o meglio non si capacitava, del suo venir meno, almeno nelle forme a lui consuete. Ma quella tempra, quell’orgoglio, quella dignità e quel coraggio, non gli derivavano solo dal carattere, ma anche dalla scuola di vita che gli venne trasmessa dall’aver fatto parte di una comunità politica, il partito comunista della sua Sesto San Giovanni, con la sua forza, la sua identità, le sue regole. Tra le quali c’era anche il sacrificio estremo, che è quello che è accaduto a lui, ben prima della sua scomparsa. Per questo ci ha sorriso fino all’ultimo respiro. Non solo perché era uomo che aveva la coscienza di aver fatto tanto e bene per i suoi cittadini.

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