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Un nuovo muro sta cadendo in Europa

La spinta di Draghi, le mosse di Macron e la recessione tedesca rendono possibile ciò che sembrava impossibile: aggirare il fiscal compact, mettere la crescita prima dei vincoli, puntare al 3 per cento. Il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia ci spiega come si può fare

27 Settembre 2019 alle 06:13

Un nuovo muro sta cadendo in Europa

Nella delicatissima cristalleria dell’Unione europea, da qualche mese ha cominciato a passeggiare un gigantesco elefante che ha scelto ormai da tempo di muoversi con decisione per provare ad abbattere un muro dalla cui caduta dipende il futuro dell’Europa. Per un elefante, come si sa, muoversi in una cristalleria non è affatto semplice e anche un movimento molto piccolo può rendere improvvisamente impraticabile il cammino verso il traguardo. Ma per quanto il percorso possa essere accidentato, l’elefante oggi è in cammino e il muro che ha scelto di puntare coincide con un grande totem dell’Unione europea: il dogma del pareggio di bilancio.

 

L’elefante, è noto, prova da tempo a percorrere senza fortuna questa strada, ma la differenza tra il tentativo di oggi e quello degli anni passati è legato a una particolare e forse persino fortunata congiuntura astrale che si è andata a creare negli ultimi mesi in Europa e che potrebbe portare diversi paesi dell’Eurozona a tentare di usare con le regole del Fiscal compact lo stesso metodo utilizzato con le regole del trattato di Dublino: non cambiare i trattati ma rendere questi ancora più flessibili, ancora più elastici e ancora più accomodanti rispetto alle nuove esigenze dei paesi membri. I tre soggetti chiave da prendere in considerazione per mettere a fuoco la congiuntura astrale sono il presidente della Bce Mario Draghi, il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel. E ciascuno di questi soggetti sta giocando un ruolo cruciale nella definizione di un percorso che potrebbe portare l’Europa a compiere un significativo passo in avanti nell’elaborazione di una strategia all’interno della quale il rispetto delle regole attuali acquisisce un senso a condizione che le regole diano ai paesi membri la possibilità di crescere il più possibile.

 

Mario Draghi, vertice alto del triangolo, ripete da tempo che all’Europa serve “una strategia economica coerente che completi l’efficacia della politica monetaria” che comprenda “un maggiore contributo alle politiche fiscali” e proprio ieri la Bce ha suggerito “ai governi interessati da un rallentamento economico che dispongono di margini per interventi di bilancio” di “agire in maniera efficace e tempestiva”.

 

Emmanuel Macron, vertice basso del triangolo, ripete da tempo, come hanno raccontato alcuni suoi collaboratori la scorsa settimana al Time, che all’Europa serve una strategia finalizzata a rivedere gli equilibri del Fiscal compact.

 

E nella Germania di Angela Merkel, ultimo vertice del triangolo, il tema della necessità di mettere in campo un whatever it takes espansivo è centrale al punto da aver portato due giorni fa il presidente della Confindustria tedesca, Dieter Kempf, a chiedere alla cancelliera se non sia sensato “derogare dal postulato del pareggio di bilancio che ci siamo imposti e usare lo spazio di manovra tra il pareggio di bilancio stesso e il freno sul debito per gli investimenti”. La Germania ha alle spalle un’economia solida e flessibile, dall’alto del suo basso debito pubblico, ma la possibilità non remota che il paese governato da Angela Merkel si stia avvicinando a una dura recessione (pochi giorni fa la Bundesbank ha ritenuto “probabile” la possibilità che a settembre il pil tedesco possa evidenziare un segno negativo per il terzo trimestre consecutivo) potrebbe far cambiare l’atteggiamento di Angela Merkel nei confronti della disciplina fiscale europea. La Germania, per spendere di più, non ha bisogno di rendere più flessibili le attuali regole (ha un surplus di bilancio invidiato da tutta Europa).

 

Ma la novità è che oggi nell’Eurozona esiste un fronte trasversale europeista – guidato tanto dai politici quanto dagli imprenditori – deciso a non perdere l’occasione di chiedere ai più importanti paesi del nostro continente di considerare, in una fase caratterizzata da tassi di interesse molto bassi come ripete da tempo Olivier Blanchard, il vincolo della crescita dell’Europa più importante del vincolo del rispetto dei parametri previsti dal fiscal compact.

 

Nel breve termine, questo potrebbe portare l’Italia ad avere per il 2019 un rapporto deficit/pil non inferiore e forse persino superiore rispetto a quello ottenuto dal governo precedente. Nel lungo termine, anche grazie alla chiave degli investimenti verdi a cui i tedeschi farebbero fatica ad obiettare e che aiuterebbero l’Italia a evitare nuove cattedrali nel deserto, questo potrebbe portare diversi paesi europei a fare la stessa scelta compiuta lo scorso anno dalla Francia e ad avvicinarsi a una soglia del deficit non lontana dal tre per cento. Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, interpellato ieri dal Foglio dà ragione al suo omologo tedesco Dieter Kempf: “E’ ora in Europa di politiche anticicliche”, e sostiene che “in Europa sia effettivamente presente una particolare congiuntura astrale che potrebbe permettere di superare la vecchia politica dei saldi di bilancio”. Non, dice Boccia, chiedendo più flessibilità per spendere di più ma “individuando criteri che permettano di superare gli attuali paletti a condizione di stimolare politiche finalizzate a migliorare l’occupazione, a migliorare i consumi e a tagliare il cuneo fiscale e non di ingrossare ancora una volta la spesa corrente. E la proposta delle più importanti confindustrie europee – aggiunge il presidente Boccia – è quella di avallare un’operazione infrastrutturale da mille miliardi, cento dei quali destinati all’Italia, da finanziare con eurobond”. La formula si troverà, la cristalleria è delicata ma la congiuntura favorevole c’è. E forse è arrivato il momento di trovare un modo per far correre l’elefante e spingerlo con decisione di fronte a quel muro.

Claudio Cerasa

Claudio Cerasa

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

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Commenti all'articolo

  • dongivu

    27 Settembre 2019 - 17:28

    Spero proprio che l'etichetta radical chic non sia accostabile al Foglio. Altrimenti davvero tempora mala currunt

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    27 Settembre 2019 - 14:35

    Al direttore - Cade il muro del tabù dei conti in ordine? Noi l'abbiamo abbattuto dal secolo scorso. Il debito pubblico nostrano viene da lì. Il 3 sarà sforato abbondantemente, da tutti. Non è buona cosa. Il debito pubblico come supplenza all'incapacità di produrre ricchezza sufficiente a soddisfare la marea di diritti e desideri e egoismi collettivi che abbiamo messo in piedi per ottenere consensi da ogni parte. Far debito per investire in settori che possano produrre lavoro e ricchezza è giusto, Ma il ritorno richiede tempi medio lunghi. Nel frattempo altri debiti per la spesa in essere. Dura minga, dura no!

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  • luciano.pellegrini59

    27 Settembre 2019 - 13:00

    Debito e ancora debito per dare capacità di spesa alla mano pubblica che già "brilla" in questa attività. In Italia non riusciamo a spendere i fondi europei strutturali che già ci assegnano. Figurati i 100 mld che escono dal cilindro del diversamente leghista Pres. Conf. Dr. Boccia. Caro Cerasa proprio non ci siamo: per l'effetto politico basta leggere il commento precedente

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  • Mario 1

    27 Settembre 2019 - 11:41

    Arrivate in ritardo ,i "Populisti " lo dicono da un pezzo ,ma detto da Voi radical scic ha un'altro valore.

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