Le due scuole che dividono Pd e M5s sulla legge elettorale

Valerio Valentini

Maggioritario per un’alleanza fissa o proporzionale per una provvisoria? 

Roma. Pare che la battuta, tra gli esponenti di Base Riformista riuniti in assemblea, sia stata accolta con un certo entusiasmo. Luca Lotti stava per salire sul podio a predicare ai parlamentari della sua corrente convocati a Montecitorio, ieri, contro “il partito di plastica” messo su da Matteo Renzi, ed ecco che la voce guascona di Antonello Giacomelli scandiva la sentenza: “Vediamo di non passare dal ‘senza di me’ al ‘sempre con te’”. Laddove, ovviamente, il “te” era il M5s. E’ insomma anche così – snaturando, cioè, il già vecchio adagio renziano nel nuovo (immaginario) motto franceschiniano – che si esorcizza la paura di doverla fare davvero, questa alleanza organica col M5s. “Ipotesi che mi pare alquanto azzardata, e che inevitabilmente porterebbe verso una legge elettorale di tipo maggioritario”, dice Romina Mura, deputata sarda del Pd. Che, a dispetto della sua decennale esperienza di sindaca, spiega che “in una fase di convulsa ricomposizione del quadro politico, rispettare la rappresentatività, e riaffermare il primato della politica, mi pare una scelta saggia”. Insomma, “meglio il proporzionale”. Che era, del resto, l’ipotesi che stava alla base dell’accordo di governo tra Pd e M5s. “Solo che poi – spiegava giovedì, in Transatlantico, il bersaniano Nico Stumpo – con la rottura di Renzi si è deciso di slittare verso ipotesi più maggioritarie”. Il che, però, presupporrebbe – com’è del resto negli auspici di Prodi e Veltroni – la costituzione di un grande polo progressista in cui Guerini e Fico, Zanda e Sibilia, si ritrovino seduti intorno allo stesso tavolo. “Sarebbe peggio che l’Ulivo, sarebbe l’Unione, perché per contrastare il centrodestra a trazione salviniana dovresti mettere dentro di tutto, da Potere al Popolo al M5s”, dice Roberto Giachetti, renziano di Italia viva, che ricorda di come, “gliene va dato atto”, il M5s sia sempre stato – sin dai tempi del cosiddetto “Democratellum” – convintamente proporzionalista.

  

Perché in effetti, in questo dibattito un po’ distopico sul nuovo centrosinistra a sei stelle, quello che colpisce è l’illusione, da parte di certi dirigenti del Pd, di decidere loro quale sia l’abito da far indossare agli alleati grillini. “C’è un po’ l’idea di democratizzare il M5s”, dice la Mura. “E mi pare presuntuosa, come idea”. Perché in effetti, appena li si interpella, si scopre che di lasciarsi coccolare dall’abbraccio del Pd, i seguaci di Luigi Di Maio non hanno alcuna voglia. “Centrosinistra? Noi dobbiamo fare la destra di questo governo”, dice l’abruzzese Antonio Zennaro, che non a caso se l’è presa non poco col ministro “tassatutto” Fioramonti (“Ma ti pare che il primo annuncio del nuovo governo è mettere imposte su voli e merendine?”). E anche tra quei grillini che, agli occhi dei democratici, risultano essere i volti più moderati e per certi versi più sensibili alle lusinghe di un’alleanza strutturale, l’idea di creare il Nuovo Polo Progressista con la benedizione di Prodi e Grillo non è che riscuota grandi favori. Federico D’Incà, il neo ministro per i Rapporti del Parlamento che dal Cdm di ieri s’è visto assegnare le deleghe sulle Riforme, resta infatti un proporzionalista convinto: “E’ il sistema migliore per evitare il trionfo degli estremismi in questa fase”, diceva il giorno della sua nomina. Michele Gubitosa, deputato campano a cui è stato chiesto di impegnarsi come responsabile per le imprese nella costituenda segreteria grillina, dice categorico: “Io resto fedele alla causa del M5s”. E così Luca Carabetta, altro volto governista del M5s: “Col Pd dobbiamo governare il paese, quindi è bene costruirci un rapporto di operosa collaborazione. Ma annegare la nostra identità all’interno di un’alleanza organica di centrosinistra non mi sembra né rispettoso della nostra storia e dei nostri attivisti, né utile per il M5s, che mantenendo una sua autonomia può invece conservare il suo ruolo di ago della bilancia sullo scacchiere politico, oltreché di forza votata al rinnovamento”.

 

E insomma la via che dovrebbe portare al maggioritario, e con esso all’alleanza demogrillina, pare assai impervia (visto, peraltro, che anche che il taglio dei parlamentari che verrà votato l’8 ottobre produrrebbe, senza dei correttivi in senso proporzionale della legge elettorale, delle storture evidenti in almeno sei regioni). Sempre che poi, alla fine, qualcuno nel Pd voglia percorrerla davvero, quella via, rischiando di regalare il paese a Matteo Salvini pur di complicare la vita all’altro Matteo. E non a caso, mentre Lotti s’accaniva sull’“operazione senza respiro” di Italia viva, ieri nella platea dei suoi parlamentari, ieri, c’era chi si dava di gomito: “Ma poi, Franceschini, da quando sarebbe un fan del maggioritario?”.

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