I bei tempi dei mostri gialloverdi son finiti, ma “Propaganda” saprà stupire

Serena Magro

11/09/2019

I bei tempi dei mostri gialloverdi son finiti, ma “Propaganda” saprà stupire

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Ci si prepara per una nuova stagione su La7, ma come si scherza sul governo appena partito con la sua dichiarata sobrietà e il suo profilo meno combattivo?

La chiave l’hanno trovata, come si diceva circa un anno fa, nella rinuncia a ospitare politici e quindi nel gusto di inchiodarli all’analisi spietata e filologica dei loro prodotti internettiani, delle loro prestazioni su Facebook, dei loro tweet. Al linguaggio unilaterale del ministro che si fa le domande e si dà le risposte in diretta social, rispondevano con il loro unilaterale ma corale lavoro di vivisezione, con il tasto pausa premuto al termine di ogni frase memorabile da affidare ai commenti o, a volte, solo a un’espressione del viso di Diego Bianchi o di Makkox o di qualcuno pescato abilmente dalla regia tra le prime file, con i loro ospiti fissi o semi-fissi, un’altra delle ragioni del successo di “Propaganda Live”, ora in avvio di stagione su La7. Benissimo, soluzione vincente e stagione fortunata quella appena trascorsa. Fortunata non semplicemente perché di successo, ma proprio baciata dalla buona (buona per chi deve ironizzare) congiuntura astrale e politica che fece stare al governo personaggi fantastici come Matteo Salvini o Danilo Toninelli o lo stesso Luigi Di Maio, prima che questi si trasformasse in un noioso aspirante statista filoeuropeo. Insomma andava tanta acqua per l’orto di Zoro e dei suoi, e questo non toglie che siano stati bravissimi a non cadere nella trappola che ha inghiottito i talk nella passata stagione.

 

“Propaganda Live” è stato l’unico programma esente dal trucido contagio di una politica e di un governo che semplicemente non erano raccontabili con i canoni tradizionali del dibattito televisivo. La distanza ha salvato “Propaganda Live” e l’ha esaltata. Ma ora viene il difficile. Il senatore di opposizione Salvini, in piazza accodato a Giorgia Meloni, si può certamente mettere un po’ in mezzo per le sue uscite da duro che vuole i pieni poteri e che rimpiange il passato e il suo momento di gloria, ma la verve comica, fatta anche dal coraggio di attaccarlo quando era lanciato verso la vittoria, viene un po’ meno. Di Salvini si rideva un po’ come i bambini ridono di ciò di cui hanno paura, per esorcizzarlo, perché siamo tra noi, appunto come se fossimo bambini circondati da famigliari, e sappiamo di detestarlo tutti assieme, e quindi ridiamo se Zoro lo mette alla berlina con le sue stesse parole, ma ci resta in testa l’eco minaccioso di quelle parole, di quelle evocazioni violente e autoritarie. Adesso quell’effetto scolora. Certo, della stessa Meloni si era riso fino a farne un tormentone con “Ollolanda”, ma valeva in quanto doppio del citato Salvini, come sua replica temporaneamente all’opposizione.

 

Adesso servono nuovi spunti. Come si scherza sul governo appena partito con la sua dichiarata sobrietà e il suo profilo meno combattivo? “Giuseppi” è umorismo involontario trumpiano, ma è roba da oratorio se riportata dopo qualche settimana. Come lo è un ipotetico Di Maio impacciato che si concentra per dire “Jinping” e non “Ping”. O qualche ministro del Pd colto da eccessi di entusiasmo per il ritorno al potere. Robetta, non all’altezza delle intuizioni di Zoro e Makkox, e loro sapranno certamente sorprenderci. D’altra parte è meno facile il compito per il mondo del talk show tradizionale, ancora stralunato dalla sbornia sovranista dello scorso anno e in stringente necessità di rinnovamento delle rubriche con i nomi degli ospiti da invitare. I primi assaggi non fanno ben sperare. Si percepisce un abbozzo di opposizione al governo nascente fatta col ditino alzato e capziosamente in cerca di piccolezze. Verrebbe da consigliare di dare un po’ di tempo e poi cercare le contraddizioni vere e forti nella maggioranza, ove ce ne siano, oppure provare a raccontare una nuova stagione, come avvenne per chi negli anni Novanta intuì la forza prima della Lega e poi del Berlusconi inclusivo con la destra reietta e ne fece il racconto di un decennio senza farsi bloccare dai pregiudizi.