foto LaPresse

Consiglio minimo per questa crisi: fuori i segretari di partito dal governo

Paolo Cirino Pomicino

Questa regola aurea del passato nasceva da una banale riflessione: il partito e il governo sono due soggetti diversi e mentre ai primi è consentito fare una propaganda ai secondi no

Al direttore - Mentre scriviamo sembra sempre più probabile la formazione di un governo tra Cinque stelle e Pd con l’aspirazione di essere un governo di legislatura. Dopo la delusione del dibattito al Senato nel quale Salvini ha perso l’occasione di spiegare cosa è mai una Italia sovranista e gli altri di descrivere la modernità di una società italiana aperta legata all’Europa e avvertita dei nuovi problemi che i tre imperialismi presenti nel mondo danno al vecchio continente, dopo questa delusione, dicevamo, qualche consiglio forse potrebbe essere utile.

 

La prima cosa da fare è ripristinare un’antica regola, e cioè che nessun segretario politico possa entrare nel governo a meno che non lasci la carica di partito. Questa regola aurea del passato nasceva da una banale riflessione: il partito e il governo erano, e lo sono ancora, due soggetti diversi e mentre ai primi è consentito fare una propaganda per illustrare i rispettivi propositi, i ministri devono solo governare e non devono far propaganda alcuna. Anzi nessun ministro deve far parte neanche delle direzioni dei partiti per non mescolare due funzioni altrettanto importanti ma profondamente diverse tra loro. Noi non dimentichiamo i problemi del governo Prodi del 2006 quando molti segretari di partito erano presenti nell’esecutivo e che alla fine di ogni riunione del Consiglio dei ministri piuttosto che spiegare le decisioni prese ne prendevano leggermente le distanze nel tentativo ridicolo di sottolineare la propria diversità. In questi 25 anni è accaduto l’esatto contrario al punto che il partito democratico mise nel suo statuto che il segretario del partito era il candidato premier colpendo così al cuore i partiti nella loro autonomia e il governo che diventava così non un governo per tutti come ci insegnava De Gasperi ma un soggetto di parte e spesso fazioso. Insomma una confusione di ruolo che ha lentamente annullato la vitalità dei partiti e la qualità della classe dirigente ed ha incrinato pesantemente la qualità dei governi che si sono succeduti. Un ultima preoccupazione da affidare alle forze politiche.

 

Un governo politico come sembra essere nelle volontà di tutti i possibili contraenti impone una guida politica e non tecnica. La Dc dette, quando fu necessario, la presidenza del Consiglio prima a Spadolini e poi a Craxi: a partiti, cioè,  che raccoglievano pochi consensi o la metà dei voti raccolti dalla stessa Dc. Facciate emergere, perdincibacco, l’interesse del paese in un momento così complesso sul piano interno e su quello internazionale.

Di più su questi argomenti: