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No al governicchio dei deboli Pd-M5s, irrobustisce l’uomo forte del Papeete

Meno tasse, meno spesa e più Europa. Niente compromessi al ribasso con i grillini anti-mercato, l’Italia non può permetterseli

18 Agosto 2019 alle 06:08

No al governicchio dei deboli Pd-M5s, irrobustisce l’uomo forte del Papeete

Comizio del leader della Lega Matteo Salvini a Siracusa (foto LaPresse)

C’è una battuta che circola tra addetti ai lavori, secondo cui quel che più metterebbe a disagio un nuovo governo a trazione M5s-Pd sarebbe una bella mozione sulla Tav. In realtà, la stessa difficoltà a sommare pere grilline, mele democratiche e noi banane euro-liberali si avrebbe sulla legge di Bilancio, quando la Commissione Ue chiederà giustamente il rispetto degli obiettivi di finanza pubblica per l’Italia. La cosa, per intenderci, imporrà di finanziare il blocco dell’aumento dell’Iva al 25 per cento con una correzione significativa dei conti dello Stato. Meno spese e non più deficit, perché i mercati ci hanno fatto capire che come debitori siamo al limite della fiducia possibile. Si tratterà di fare scelte mirate, senza ricorrere alle scemenze del 2,04 per cento o a tesoretti inesistenti. In tema di politica industriale, cosa farebbe un governo giallorosso rispetto all’Ilva e alle altre gravi crisi industriali? Nazionalizzerebbe Alitalia o no? Lascerebbe reddito di cittadinanza e quota 100 come sono o proverebbe a recuperare risorse per ridurre il cuneo fiscale? Abolirebbe la prescrizione come da sogni grillini? Ratificherebbe finalmente il Ceta o avrebbe un approccio protezionista? Favorirebbe gli investimenti nel 5G o ne farebbe la nuova frontiera della sindrome del No? L’elenco può continuare, ma la sostanza del nostro scetticismo è lì: l’alterità a Salvini non è leva sufficiente per costruire un governo che duri e produca risultati concreti per la crescita e il lavoro, se l’azionista di riferimento sarà un partito che fino a ieri ha operato secondo un’agenda anti-industriale, anti-mercato e anti-lavoro. Limitarsi a fare il governicchio dei deboli contro l’uomo forte Salvini lo irrobustirebbe ulteriormente (fin dalle elezioni regionali), passati gli effetti delle sbronze al Papeete. Pagare la tangente ideologica ai grillini sull’idiota taglio dei parlamentari e sulla lotta alla fantomatica austerità significherebbe accettare la loro agenda populista.

 

Chi scrive non ha nessuna allergia per i governi tecnici o istituzionali (anzi), ma ritiene che un governo tra opposti possa nascere solo a partire dalle cose da fare, non dalle strategie da fantacalcio di chi pensa di fare e disfare governi sulla base della sola aritmetica parlamentare. In un esempio: Renzi può evidentemente perdonare le offese del M5s ai suoi genitori, ma noi non possiamo perdonare il finto reddito di cittadinanza e lasciarlo come è, iniquo, dannoso e foriero di truffe.

 

Un governo può nascere se i partiti che lo sostengono accettano per cause di forza maggiore un “commissariamento” e votano un programma di interventi specifici e eccezionali, con un orizzonte temporale definito prima del ritorno al voto. Un governo politico, corroborato addirittura da un contratto di governo come proposto ieri da Graziano Delrio, necessita di una visione condivisa o compatibile tra i partiti che lo animano. Quella compatibilità – per intenderci – che tra il populismo a cinque stelle e il sovranismo leghista c’era e c’è ancora, nonostante le botte da orbi che si danno.

 

Dunque, cosa vogliono oggi i liberali e gli europeisti? Non vogliamo compromessi al ribasso, perché l’Italia e gli italiani non possono permetterseli. Vogliamo i conti pubblici in ordine, la riduzione delle tasse e la riforma del welfare finanziate dal taglio della spesa, le liberalizzazioni, una riforma della giustizia civile che aiuti la competitività e l’attrattività del paese, una svolta ecologica a suon di innovazione e tecnologia, un governo intelligente dell’immigrazione e dell’integrazione, un’Italia che ritrovi la sua piena centralità nell’Unione europea e nella Nato, lontana dalle sirene russe ma anche da quelle cinesi. Per opporsi al “prima gli italiani” vogliamo un’Italia “tra i primi” al mondo, vivace e dinamica, non il deserto industriale e culturale di Di Maio e soci. Se questo è chiedere la luna, forse è bene che ci sia chi come noi si occupa di chiederla. 

 

Piercamillo Falasca, vice segretario di Più Europa

Piercamillo Falasca

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