Cucù, il Parlamento non c'è più

Claudio Cerasa

Una maggioranza che diventa affidabile solo se non fa, mostra il volto non della sua onestà ma della sua incapacità. Così Lega e M5s hanno testato il superamento della democrazia rappresentativa svuotando le Camere. Il populismo gambero: numeri

Le coppie infelici che tentano di andare avanti fingendo di non avere raggiunto una crisi che invece hanno ampiamente raggiunto, di solito provano a organizzare vacanze autonome, tendono a dormire in letti separati, cercano di parlarsi il minimo possibile e fanno di tutto per evitare un qualsiasi contatto che possa rendere manifesta la fine del proprio matrimonio. Matteo Salvini e Luigi Di Maio da mesi somigliano a una coppia in crisi che si rifiuta di prendere atto della conclusione del proprio rapporto e i loro partiti di riferimento – per provare a ritardare nel tempo l’ammissione del fallimento del contratto matrimoniale – hanno scelto di utilizzare una tecnica molto raffinata per evitare di trasformare in scontro ogni occasione di confronto: non fare nulla, immobilizzare la legislatura e svuotare il Parlamento.

 

 

In passato, è capitato spesso di ritrovarsi di fronte a maggioranze di governo pronte a usare i decreti legge come se fossero canguri utili a scalvare il Parlamento, ma nella storia Recente della nostra repubblica non era mai capitato di avere una maggioranza di governo impegnata a tenere il Parlamento ostaggio del proprio immobilismo. In un’epoca dominata dall’isteria sfascista dei partiti populisti avere un Parlamento tutto sommato poco legiferante potrebbe essere persino un elemento di conforto, meno fanno e meglio è. Ma a giudicare da alcune statistiche elaborate dalla Camera, circolate negli ultimi giorni tra le caselle di posta elettronica dei deputati della XVIII legislatura, l’immobilismo della maggioranza, in un paese che avrebbe bisogno con urgenza di provvedimenti utili a combattere la sindrome dell’Italia lumaca, può essere considerato come si vuole tranne che una virtù. Il confronto tra i dati dell’attuale legislatura e quelli della passata, raccolti nell’ultimo Rapporto sulla legislazione e nelle statistiche pubblicate sul sito internet della Camera, dice diverse cose gustose. Dice che nel 2018, nel primo anno della XVIII legislatura, alla Camera ci sono state in tutto 106 sedute per un totale di 536 ore e 12 minuti. Nel 2013, nel primo anno della XVII legislatura, con il Parlamento che lavorò appena un mese in più rispetto al 2018, le sedute dell’Assemblea furono 146, per un totale di 790 ore e 49 minuti. Dice che nel 2018 i lavori delle commissioni permanenti hanno registrato un numero di sedute pari a 1.934, per un totale di 1.266 ore e 35 minuti, mentre nella scorsa legislatura, nel primo anno, le commissioni si sono riunite 2.908 volte per un totale di 1.898 ore e 35 minuti. Dice che i progetti di legge deliberati nel 2018, inclusi i decreti legge, sono stati 33, mentre nel 2013 furono 41, e il trend è rimasto lo stesso anche nel 2019 (al momento siamo fermi a 50 proposte di iniziativa parlamentare contro le 89 deliberate nel secondo anno della XVII legislatura). Dice che nel 2018 le informative urgenti del governo sono state 4, mentre nel 2013 furono 23. 

 

 

Dice che nel 2018 l’Aula ha “concluso”, quindi discusso e votato, 101 tra mozioni e risoluzioni, mentre nel primo anno della scorsa legislatura il numero arriva a 199. Se vista dalla giusta angolazione, questi dati ci rivelano una maggioranza nata per restituire dignità al Parlamento e ridare sovranità al popolo che ha capito, con il tempo, che la stabilità del paese è direttamente proporzionale all’immobilismo della maggioranza e alla capacità del governo di tradire il suo contratto. Per non perdere potere, Salvini e Di Maio hanno svuotato il Parlamento, hanno immobilizzato il paese e hanno innescato un processo graduale di ridimensionamento della democrazia rappresentativa. Ci sarebbe da sorridere se non fosse che una maggioranza di governo che diventa affidabile solo quando non fa è una maggioranza che offre ogni giorno una ragione per mostrare al paese non la sua trasparente onestà ma la sua incredibile incapacità. E un paese che si ritrova a tifare per l’immobilismo a tifare per il disastro è un paese che rischia di passare velocemente dal passo della lumaca a quello del gambero. Si salvi chi può.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.