Lezzi e Stefani, le due facce dell'autonomia

Marianna Rizzini

12/07/2019

Lezzi e Stefani, le due facce dell'autonomia

Barbara Lezzi ed Erika Stefani il giorno del giuramento del governo (Foto LaPresse)

Le storie parallele delle ministre che incarnano la versione “gialla” e la versione “verde” dello stesso tema

Roma. Lo scontro e lo stop sulle autonomie, Matteo Salvini che dice “così non si va avanti” e le storie parallele delle due ministre che in questo anno hanno incarnato la versione “gialla” e la versione “verde” dello stesso problema, a volte scontrandosi, a volte apparentemente incontrandosi lungo la linea di una fragile intesa (spesso di facciata): la leghista Erika Stefani, ministro per gli Affari regionali, e la grillina Barbara Lezzi, ministro per il Sud. E se un anno fa, all'avvio del governo Lega-M5s, l'autonomia figurava tra i punti cardine del contratto (sulla scorta dei referendum del 2017), oggi i Cinque stelle frenano al grido di “la Lega vuole alzare gli stipendi al nord e abbassarli al sud”. L'opposta propaganda, finora, si è sviluppata, da un lato, attorno all'idea (per alcuni governatori del nord appoggiati dalla Lega) che l'autonomia fosse positiva per tutto il paese e, dall'altro, attorno all'idea (di altri governatori appoggiati dai Cinque stelle) che l'autonomia potesse portare vantaggi solo ai ricchi.

 

Ma in prima linea, non da oggi, ci sono loro. Una, Erika Stefani, avvocato, è colei che oggi ha fatto sapere ai Cinque stelle “io non mollo di un centimetro”. Ha alle spalle una carriera ventennale nel leghismo, dal primo impiego politico come consigliera comunale fino all'arrivo in Parlamento nel 2013 (è stata membro della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, componente della commissione Giustizia e della commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e su ogni forma di violenza di genere; del Comitato parlamentare per i procedimenti di accusa; della commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, della commissione di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro). Qualche mese fa, intervistata dalla Verità, diceva: “Confido nella coerenza dei partiti. In Veneto, ai tempi del referendum, feci assemblee anche con esponenti di Pd, Fi e M5s. Il presidente dell’Emilia Romagna è un esponente Pd. Insomma, non è una roba di partito. Stiamo parlando di un nuovo assetto Stato-Regioni, non di una polemica tra maggioranza e opposizione”.

 

E però oggi che le foto sorridenti con la collega Lezzi sono un ricordo Stefani ripete: “Se i Cinque stelle hanno cambiato idea lo dicano”. Lezzi, intanto, dice che la Lega “vuole tornare indietro di 50 anni”, e che “così si divide l'Italia”, anche se, come la collega, mesi fa si era mostrata fiduciosa sull'approdo senza strappi. Lei che, con Beppe Grillo, voleva aprire il Parlamento come una scatola di tonno, non ha soltanto l'autonomia come punto dolente (in un anno, ha dovuto anche occuparsi dei dossier Ilva e Tap, che hanno mostrato tutte le contraddizioni dei Cinque stelle). E ora dunque procede con meno baldanza di quando, prima delle elezioni politiche del 2018, agitando i capelli ricci come quelli della collega Stefani, andava in tv come “esperta economica” dei Cinque stelle nonché vicepresidente della Commissione Bilancio di Palazzo Madama. Ogni tanto, sì, c'era qualche incidente mediatico, come quando ha pubblicato un video su Facebook in cui diceva che il pil era aumentato perché aveva fatto molto caldo, ma era anche considerata una grillina “autorevole”, pronta per la campagna elettorale 2018 contro Massimo D'Alema e Teresa Bellanova. Solo che le sue due parole d'ordine – chiudere l'Ilva e bloccare la costruzione del Tap – si sono presto scontrate con la realtà. E dunque ora, sull'autonomia, Lezzi combatte come fosse la battaglia finale, senza neanche poter sparare uno dei suoi televisivi “ma lei sta scherzando?” che avevano fatto trasecolare, durante una puntata di “Dimartedì”, l'ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli.