Salvini sull'autonomia non usa la ruspa

Redazione

Ecco perché la Lega asseconda le cautele del M5s e annacqua la proposta

Come decine d’altri, spacciati pure quelli per risolutivi, anche quello di mercoledì sera è stato un incontro interlocutorio. Doveva essere un vertice ristretto ai soli diretti interessati alle autonomie (Conte, i due vicepremier, il ministro Erika Stefani), e invece s’è trasformato – come accaduto già il 25 giugno – in un caravanserraglio di ministri, sottosegretari, capi di gabinetto e tecnici vari, una cinquantina in tutto, molti dei quali costretti a stazionare in anticamera nell’attesa della loro convocazione in Sala Verde. Matteo Salvini avrebbe potuto esigere un’accelerazione, specie dopo che anche Giovanni Tria aveva esordito demolendo molte delle resistenze sulle questioni finanziarie sollevate dai grillini Buffagni e Castelli. E invece, alla fine, il superamento dello stallo che dura ormai da mesi s’è reso possibile solo grazie alla soppressione del costo medio pro capite.

  

Si trattava di una clausola di salvaguardia elaborata dal leghista Garavaglia: se entro tre anni non si passa dalla spesa storica ai costi standard (principio che riconoscerebbe meriti e vantaggi alle regioni più virtuose del nord), si ricorre alla spesa statale media pro capite (a tutto vantaggio di Veneto, Lombardia ed Emilia). Ebbene, questa clausola è stata eliminata, e così l’approdo ai costi standard resta una chimera. Si è tolto un alibi all’ostruzionismo grillino, certo; e in quest’ottica si spiega anche la nuova interpretazione in senso restrittivo della concessione delle 23 competenze al Veneto varata martedì. “Non firmo accordi al ribasso”, ribadisce Luca Zaia.

  

Ma la sensazione è che in realtà Salvini non abbia alcuna intenzione di forzare la mano, sull’autonomia. Anzi, continua a procedere con una strana sintonia insieme a Di Maio sul tema, col solo obiettivo di tirarla per le lunghe, e magari anche di annacquare il testo, che già ora è gran poca cosa rispetto alle iniziali promesse di Zaia e Roberto Maroni. Il prossimo vertice sul tema sarà l’8 luglio: ancora in tempo, secondo la vecchia guardia leghista, per minacciare la crisi di governo. Ma Salvini non ci pensa neppure: significherebbe permettere al M5s di fare campagna elettorale nei panni del paladino del sud e dell’unità nazionale, contro i fautori della secessione.

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