C'è anche il Pd modello Livorno, che prova a battere la destra

David Allegranti

Nel 2014 Livorno diventa l’avamposto del grillismo in Toscana. Cinque anni dopo il M5s resta con “zeru tituli”. Vaccini possibili

Roma. Nel 2014 Livorno diventava l’avamposto del grillismo in Toscana, con Filippo Nogarin spacciato per statista. Cinque anni dopo il M5s resta con “zeru tituli”: fuori dal ballottaggio alle amministrative, dove torna il duello tra centrosinistra e centrodestra, e fuori anche dalle Europee. Il sindaco uscente Filippo Nogarin, candidato alle elezioni per il rinnovo del parlamento europeo, non andrà a Bruxelles. Laddove si dimostra, insomma, che se li conosci li eviti. Nogarin non l’ha presa bene: “Hanno vinto i mediocri”, ha detto in un’intervista al Tirreno (un’autodenuncia con 5 anni di ritardo?).

 

Il Pd livornese, uscito frantumato dalle elezioni del 2014, è oggi cambiato. Nuovi vertici, nuova linea politica, un candidato sindaco dal profilo civico come Luca Salvetti. Anzitutto, un accordo fra correnti ha prodotto una segreteria unitaria all’ultimo congresso: agli zingarettiani il segretario provinciale Simone Rossi, ai renziani il segretario comunale Rocco Garufo. Non solo. Alcuni dirigenti del Pd locale hanno lavorato in questi anni per recuperare lo strappo con una parte della città, visto che nel 2014 furono determinanti, per la vittoria del M5s al ballottaggio, i voti in libera uscita della lista di sinistra-sinistra di Buongiorno Livorno. Primo fra tutti Alessio Ciampini, ex consigliere comunale del Pd e oggi coordinatore della campagna elettorale di Salvetti. “A Livorno – dice al Foglio Ciampini – hanno capito tutti che non aveva senso fare la guerra fra correnti e che semmai era fondamentale che il Pd fosse il perno di una coalizione più ampia, con un candidato civico a rappresentare tutti. Nessuno avrebbe scommesso sul Pd al 29 per cento. Invece è accaduto”. Ciampini ha tentato di portare Buongiorno Livorno ad allearsi con il Pd senza però riuscirci. Adesso lui e Andrea Romano, deputato livornese del Pd, sperano che i “buongiornisti”, fra il candidato di centrosinistra e quello di destra (Andrea Romiti, candidato di Fratelli d’Italia sostenuto anche dalla Lega), scelgano il male minore.

 

Il Pd in questi anni per venire incontro alla sinistra che gli aveva voltato le spalle ha anche modificato il proprio programma elettorale; da un documento che approva lo spegnimento dell’inceneritore all’abbandono del progetto dell’ospedale a Montenero, frazione di Livorno, anche se non di un nuovo ospedale tout-court (da realizzare però partendo da quello vecchio, senza finanza di progetto ma con risorse pubbliche). Un cambio di linea che strizza sì l’occhio a sinistra ma che è stato sostenuto dal Pd riformista guidato in Toscana da Simona Bonafè e anche da Romano stesso. Romano non piace ai “buongiornisti”, che non amano il suo blairismo renziano (o renzismo blairiano, dipende dai punti di vista), ma l’ex direttore della Fondazione ItalianiEuropei cerca il loro voto: “In questi anni abbiamo lavorato per superare la sindrome dell’autosufficienza, che aveva pesato nella sconfitta del 2014. Abbiamo compreso che la sinistra di Buongiorno Livorno non è un’operazione ideologica, non è Sel né tantomeno Rifondazione Comunista. E’ al contrario un’operazione di grande interesse politico e civile, tant’è che anche oggi hanno raccolto il 14 per cento. Lo dico da liberale quale sono, ma parlare con loro è stato fondamentale. Qualcuno dirà: ‘Che c’entra Romano con loro?’. C’entro, perché loro rappresentano un’innovazione politica autentica e il Pd che abbiamo in mente a Livorno deve tenere conto della loro vitalità civile e culturale, che è stata anche una risposta a chi non si è riconosciuto in questi anni nel Pd pur essendo deluso dal M5s. Anche se al primo turno non è riuscita l’operazione ‘tutti con Salvetti’ il dialogo con loro in questi anni è stato prezioso”. Vediamo se l’apertura basterà.

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  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.