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Una campagna di promesse irrealizzabili

Dalle revisione del patto di stabilità al salario minimo unico in tutta l'UE, dal taglio drastico delle emissioni a una nuova "capitale". Tante in Italia le proposte estreme (e impossibili) avanzate dai partiti per le elezioni europee 

27 Maggio 2019 alle 10:10

Una campagna di promesse irrealizzabili

Foto LaPresse

Dalla campagna elettorale per le europee chiusa la settimana scorsa sono scomparsi i confronti televisivi, gran parte dei manifesti per le strade, le cene elettorali, come ha scritto Salvatore Merlo. Eppure le promesse irrealizzabili, quelle no, rimangono ben salde e diffuse nei programmi elettorali dei partiti italiani.

    

È stata una campagna strana, con i partiti di governo che si sono scambiati ripetutamente i ruoli di maggioranza e opposizione, mentre le minoranze – quelle vere – di Pd e Forza Italia hanno condotto campagne in preparazione delle elezioni politiche che sperano seguano l’eventuale caduta del governo. Un dibattito dunque tutto nazionale, in cui si è discusso di fascismo, cannabis, giustizia, politiche per la natalità e flat tax, e quasi mai di temi europei.

   

Eppure i programmi erano – quasi tutti – online e disponibili, con annesse immancabili promesse irrealizzabili, per chiunque sarà il partito vincitore, con qualsiasi percentuale, domenica 26 maggio (ieri per chi legge).

   

La Lega e i “sogni” di spesa

Iniziamo dal partito favorito dai sondaggi, la Lega. Fino a pochi giorni fa non ne era reperibile nemmeno il programma, fino a quando Il Foglio non ne è venuto in possesso da fonti interne. Un capitolo è dedicato alla politica economica e alla revisione dei trattati comunitari sul deficit. Si parla di rivedere completamente lo “stupido” patto di stabilità, che genererebbe deflazione, minore crescita e maggiore disoccupazione rispetto al resto del mondo. Si propone quindi una “maggiore libertà alle politiche di bilancio nazionale”, o un sistema di trasferimenti interni da paese a paese. In queste frasi ritroviamo le parole forti di Matteo Salvini sull’economia. Tuttavia non sarà una promessa realisticamente realizzabile. La Lega si è alleata infatti con altri partiti euroscettici per creare un gruppo all’Europarlamento. Tra questi ci sarà, oltre al Rassemblement national di Marine Le Pen, Alternative für Deutschland, il partito di estrema destra tedesco che ci si attende essere il terzo per numero di seggi nel gruppo sovranista. La sua leader, Alice Weidel, in un post su Facebook di gennaio aveva però attaccato la politica fiscale del governo italiano definendola una “minaccia” per tutta l’Europa per via dell’alto indebitamento. In un post precedente aveva perfino coinvolto direttamente Salvini, criticando i pre-pensionamenti e la flat tax. Eppure nel (mini)manifesto dell’alleanza sovranista si scriveva che “i membri […] riconoscono che ognuno ha il diritto di difendere i propri modelli economici”. Possiamo dire addio ai “sogni” di spesa, ancor prima di cominciare.

   

“Un salario per domarli, un salario per ghermirli e nel buio incatenarli”

La proposta irrealizzabile del Movimento 5 stelle potrebbe essere ben descritta – con qualche aggiustatura – dall’incipit del Signore degli anelli: il salario minimo europeo unico in tutta Europa per scoraggiare dumping salariale e delocalizzazioni. Come già scritto in questa rubrica, questa scelta porterebbe gravi conseguenze nei mercati del lavoro dei vari paesi membri. I salari reali e minimi sono infatti molto differenti da stato a stato: se si adottasse la media europea il minimo percepito da ogni cittadino europeo dovrebbe essere circa 920 euro al mese. Un valore più alto rispetto a quello esistente oggi per tutti i paesi orientali, in alcuni casi pari al doppio dei minimi in vigore. Addirittura, questo ipotetico salario minimo europeo sarebbe più elevato di quanto guadagna la metà della popolazione in Ungheria, Romania e Lettonia. Imponendo una soglia così alta, si stimolerebbe nel breve periodo un’ondata di disoccupazione nei paesi più poveri, poiché le aziende non sarebbero disposte a pagare tanto i lavoratori, e poi una maggiore propensione al lavoro nero. Per di più una riforma simile non troverebbe mai il consenso nelle istituzioni europee. La proposta di salario minimo comune non farà probabilmente una fine migliore dell’anello di Sauron.

  

Pd carbon-free

Il programma del Pd ha un punto ambientalista: dimezzare le emissioni inquinanti (presumibilmente CO2, metano e ossido di di azoto) entro il 2030. Non è ben chiaro quale sia il valore di riferimento del taglio proposto, se il 2010 come suggerito dal report dell’Ipcc che però si concentra solo sulle CO2 , oppure il 1990 che di solito è il riferimento per l’Unione europea. Ad ogni modo, l’obiettivo è auspicabile, ma il partito guidato da Nicola Zingaretti lo pone probabilmente in modo troppo ottimistico. Oggi l’obiettivo europeo è un taglio del 40 per cento rispetto al livello del 1990, un risultato che probabilmente non verrà raggiunto tenendo conto delle politiche attuali e già programmate (si stima un taglio tra il 30 e il 35 per cento): porlo a un livello ancora più ambizioso sarà molto complicato, con solo 10 anni a disposizione e con alcuni paesi influenti (Francia, Germania, Belgio) che sono già molto in ritardo rispetto agli obiettivi attuali. Gli slogan vanno bene nelle manifestazioni, non quando si scontrano purtroppo con la realtà dei fatti.

   

L’ennesimo piano Marshall per l’Africa

Forza Italia tra le sue proposte ha scelto di inserire un richiamo al piano Marshall, aggiornandone il significato per concentrare investimenti e sforzi di cooperazione internazionale verso i paesi di origine dei migranti africani. In questo modo si vorrebbero scoraggiare le partenze, garantendo le premesse per lo sviluppo economico locale dei paesi del nord e centro-Africa. Non un’idea nuova – ne avevano già parlato in passato Renzi e Salvini – ma sempre evocativa. Peccato che sia molto vaga, tanto da essere stata in parte superata dalla realtà. L’Unione europea sta già investendo 3,7 miliardi di euro nel piano di investimenti esterni, che dovrebbero portare fino a 37 miliardi di investimenti privati. Ma c’è di più: difficilmente questi fondi potranno “contenere la pressione migratoria”, come invece scrive di voler fare il partito di Silvio Berlusconi. Infatti è stato provato che aumentare il benessere di alcuni paesi di origine dell’Africa tenderebbe a incrementare le partenze, data la maggiore disponibilità economica dei residenti. Come ha evidenziato Milena Gabanelli sul Corriere, con dati dell’Ispi, solo il 5 per cento di chi arriva dall’Africa proviene da un paese a reddito basso (per gli standard africani), mentre il 60 per cento proviene da paesi con redditi medio-bassi e quasi un terzo con redditi medio-alti. Servirebbe dunque un’operazione mirata degli investimenti, volta non tanto ad aumentare il reddito pro capite degli abitanti, ma a fornire servizi di qualità (come energia elettrica, sanità, istruzione, rete internet, trasporti). Più facile a dirsi che a farsi.

    

Tutte le strade portano a Roma

Ancora più esplicito e nazionalista di quello leghista, il programma che Giorgia Meloni ha proposto agli elettori per queste europee parte subito alla grande: “la capitale europea non può più essere Bruxelles, capitale dei lobbisti, ma dev’essere Atene o Roma, dove è nata la civiltà europea”. Prima di tutto, non esiste una capitale europea: Bruxelles infatti è la sede della Commissione e del Consiglio europeo, e di una delle due sedi del Parlamento, non una capitale come esistono negli stati nazionali. Non si comprende inoltre il motivo per cui i lobbisti non si dovrebbero spostare, cambiata la sede delle istituzioni comunitarie. Ma soprattutto per modificare la capitale servirebbe una riforma dei trattati, decisamente improbabile. E poi ve la immaginate Roma se oltre al traffico attuale si aggiungessero le decine di migliaia di dipendenti delle istituzioni europee?

  

Vogliamo gli Stati Uniti d’Europa!

Non si può dire che +Europa non abbia una proposta chiara, già nel nome: maggiore integrazione e cessione di sovranità, per arrivare infine agli Stati Uniti d’Europa. È una proposta a lungo termine si dirà (gli step per raggiungerla sono l’elezione diretta del presidente della commissione e il superamento dell’unanimità del Consiglio dell’Unione europea), ma che resta una promessa di difficile realizzazione. In particolare per l’opposizione interna di alcuni paesi europei, che avrebbero potere di veto e che sono entrati nell’Unione con interessi economici e non di aggregazione politica: gli stati scandinavi e quelli dell’Est.

   

Bce cassa comune

La proposta della lista di sinistra, sostenuta in Italia da Sinistra italiana e Rifondazione comunista, propone un manifesto “contro il neoliberismo”. Per questo sostiene che si debba modificare il mandato della Banca centrale europea, facendone un prestatore di ultima istanza. L’obiettivo è garantire il debito degli stati sovrani, riequilibrando i diversi tassi di interesse sui debiti dei paesi e azzerando così anche lo spread tra Italia e Germania. Questo scenario è tuttavia alquanto improbabile, poiché non si troverebbe l’unanimità per modificare lo statuto della Bce. Ma per di più questa funzione – da prestatore di ultima istanza – la Bce la porta avanti fin dal 2012. Si tratta delle Outright monetary transactions (Omt), annunciate nel famoso discorso di Londra del “whatever it takes” e (per fortuna) mai attuate. Le Omt consistono nell’acquisto diretto da parte della banca centrale di titoli di stato a breve termine emessi da paesi in difficoltà macroeconomica grave e conclamata, che ne facciano richiesta e accettino di conseguenza un programma di riforme di rientro dal debito. Si differenziano dal più famoso Quantitative easing sia per mezzi che per obiettivo: il Qe infatti ha acquistato titoli di stato proporzionalmente al peso specifico dei paesi nell’Euro, con l’obiettivo di promuovere la crescita dell’inflazione. Le Omt invece hanno lo scopo preciso di ridurre i tassi di rischio di un singolo paese in crisi, per evitare effetti contagio sugli altri paesi dell’Eurozona. Proprio ciò che si intende per prestatore di ultima istanza.

   

Qualunque sia stato il risultato delle elezioni europee, è molto probabile che l’Unione non ne uscirà rivoluzionata, come invece alcune di queste proposte estreme (e impossibili) farebbero pensare. L’Ue è fatta di meccanismi complessi, purtroppo non sempre democratici e trasparenti, che favoriranno lo status quo e piccole riforme progressive. Compito dei partiti che si candidano alle elezioni dovrebbe essere realisti e concreti nelle promesse agli elettori, e soprattutto concentrarsi sulle nuove proposte sull’Unione europea e non su polemiche nazionali. Questa, forse sì, è l’unica promessa davvero impossibile da mantenere.

Lorenzo Borga

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