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Addio a De Michelis, un combattente che rifuggiva dalla retorica

Ministro con Andreotti e Craxi, prese scelte coraggiose in anni difficili: dalla privatizzazione di Montedison alla firma del trattato di Maastricht

11 Maggio 2019 alle 13:20

Addio a De Michelis, un combattente che rifuggiva dalla retorica

Cossiga e De Michelis (foto LaPresse)

Gianni De Michelis, scomparso oggi, sarà ricordato come un combattente politico indomito, ma anche come una persona che non si faceva appiattire sul suo ruolo politico, per quanto spesso assai rilevante. Era stato un dirigente del movimento universitario pre '68, e questa caratteristica, che ha condiviso con altri soggetti politici, da Bettino Craxi a Claudio Petruccioli, ha contribuito al suo spirito “goliardico”. Gli piaceva ballare, nonostante una corporatura piuttosto massiccia, e quando su questa sua attitudine si riversarono le critiche e gli sberleffi dei moralisti, rispose scrivendo un libro proprio sui locali da ballo, che riletto sembra una lezione di sociologia.

 

Nella sua vita politica si è trovato a dirigere ministeri che, proprio durante il suo incarico, assunsero scelte cruciali (e forse non è un caso, visto che De Michelis non era solito rinviare i problemi scottanti per lasciarli ai successori). Da ministro delle Partecipazioni statali decise di privatizzare la Montedison e di licenziare il presidente dell’Eni, e in questo si vide il piglio del primo ministro non democristiano in questo settore; da ministro del lavoro firmò il famoso decreto di San Valentino sulla sterilizzazione della scala mobile, approvato da Cisl e Uil ma avversato dalla corrente comunista della Cgil; da ministro degli Esteri, nella fase della dissoluzione dell’Urss, della riunificazione tedesca e durante il periodo di presidenza italiana dell’Unione europea, firmò il trattato di Maastricht. Soprattutto la sua attività e la sua visione in campo internazionale possono essere tuttora considerate un punto di forza della diplomazia italiana. Non era facile esercitare un’influenza e affermare una propria visione in un campo in cui sia Craxi sia Giulio Andreotti, i due premier con cui collaborò, avevano carte importanti da giocare. De Michelis si caratterizzò per una capacità di fare politica estera sulla base della realtà italiana, così come era, senza voli pindarici e retoriche nazionaliste, ma senza cedere un palmo, in concreto, degli interessi nazionali. Forse questa capacità di combinare gli elementi diversi del quadro internazionale gli veniva anche dalla sua formazione accademica. De Michelis, infatti, era professore di chimica all’Università veneziana di Cà Foscari prima della sua attività ministeriale, incarico al quale è poi tornato dopo la crisi socialista nel 1994.

 

Pur immerso in un mondo di letterati, a cominciare dal fratello editore, De Michelis non si fece mai assimilare del tutto all’impostazione “umanistica” della politica italiana, rifuggiva dalla retorica che ne era la testimonianza più deleteria, manteneva ferma la volontà di chiarezza, che spesso fu letta come prepotenza. Nei fatti fu un ministro che decideva, pur nell’ambito delle coalizioni complesse della fase finale della Prima Repubblica e le sue decisioni fondamentali, sia in politica estera sia in politica economica, sono state difficili ma lungimiranti, come si può constatare ora a distanza di decenni. Un giudizio che non si può dare a tanti altri uomini politici di allora e di oggi.

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