Lilli Gruber e Matteo Salvini (foto LaPresse)

Bancarotta intellettuale

Salvatore Merlo

Il tic linguistico della parola insensata: fascista. La sinistra è al guinzaglio di Salvini che ringrazia

Roma. Sabato scorso, alle 10.57 di sera, Matteo Salvini posta la prima fotografia che lo ritrae comiziante sul balcone di piazza Aurelio Saffi, a Forlì. Il giorno dopo, domenica, di buon mattino, accortosi che ben pochi avevano collegato il balcone romagnolo con il duce, e ancora meno persone avevano collegato la piazza con i fatti di sangue della Resistenza (vi furono appesi per i piedi dei partigiani), ecco che il ministro ripubblica la fotografia. Ma stavolta con una sottolineatura: “Se se ne accorge la Boldrini…”. Lampadina rossa, cane di Pavlov, riflesso condizionato: “Fascista!”. Ed è così che questo abile e ribaldo agitatore porta al lazzo la sinistra che si è ormai bevuta il cervello. Invece di fargli notare che il decreto sicurezza e la legge sulla legittima difesa, cioè le uniche cose che ha fatto, sono un disastro, invece di inchiodarlo alla sua inadeguatezza, gli urlano “fascista” . E lui ovviamente si frega le mani. 

 

E’ d’altra parte più facile accusarlo di indossare la divisa della polizia come fosse un dittatore sudamericano, che informarsi e studiare per inchiodarlo sui rimpatri mai effettuati o sugli effetti irrazionali che sta provocando in mezza Italia la norma contenuta nel decreto sicurezza che negando l’iscrizione all’anagrafe ai richiedenti asilo li esclude anche dalle cure sanitarie e dalla possibilità di mandare i figli a scuola. L’irrazionalità della legge infatti sta già complicando la vita della Pubblica amministrazione, dei comuni, e intasa i tribunali. Non è una legge nazista, è una legge balzana.

 

La settimana scorsa, a Bologna, il tribunale civile ha ordinato al comune di procedere alle registrazioni anagrafiche dei richiedenti asilo. Un pasticcio. Ci saranno ricorsi, e poi controricorsi, e ancora Tar e poi chissà anche la Corte costituzionale… Una commedia all’italiana. Ed è certo molto più facile e pigra la litania petulante del “siamo al far west”, usata da parecchi deputati del Pd, rispetto alla fatica di ricordare le ragioni per le quali magistrati, avvocati e professori universitari di procedura penale un po’ ridono (sollevati) della legge sulla legittima difesa, altro cavallo di battaglia di Salvini, che è formulata in maniera così contorta e ambigua, furbesca, da non cambiare sostanzialmente nulla rispetto al passato. Ma “far west”, agitato dalla sinistra, e dai giornali della sinistra, ha una sua presa lirica, un rimbombo suggestivo che riecheggia quello del segretario della Lega quando dice che “la difesa è sempre legittima”. Ma quando mai? In Italia non c’è nessun far west, non c’è gente che sparacchia e si arma in casa, e non c’è nemmeno nessuna difesa sempre legittima. I magistrati, come ha ben spiegato il segretario dell’Anm, Alcide Maritati, indagano e valutano la proporzionalità tra l’offesa e la difesa, esattamente come prima.

 

La legge è solo inutile. Ma il problema di Salvini, a quanto pare, è “il fascismo”, che sempre più si configura a sinistra come il tic linguistico della parola insensata a cui affidare la propria mancanza di argomenti. Così, in questa rincorsa surreale che finalmente mette insieme il Pd e il M5s, alludendo a un possibile futuro matrimonio, ecco che Sergio Chiamparino, il presidente democratico del Piemonte, e Chiara Appendino, la sindaca grillina di Torino, cioè due avversari dall’aria intima e collaborativa, ottengono l’esclusione dei fascisti e del libro-intervista di Salvini dal Salone di Torino. Ovviamente il libro censurato è schizzato in testa alle classifiche di vendita su Amazon.

 

Mentre la casa editrice amica di CasaPound, che nessuno prima conosceva né voleva conoscere, è un piccolo fenomeno editoriale. Nella foga bislacca d’inventare un’Italia attraversata dall’onda nera (c’è a questo proposito un’eloquente pagina di Repubblica: “Anche a noi i neri non piacciono”), da giovedì persino Virginia Raggi, la sindaca più spaesata del continente, viene travestita, anzi pervestita, da eroina della Resistenza perché ha detto un’ovvietà civile sui diritti della famiglia rom di Casal Bruciato: “La legge si rispetta”. Appena dieci giorni fa gli stessi le dedicavano fischi e lazzi alle celebrazioni del 25 aprile: “Buffona, sgombera CasaPound”. Attraverso l’ilarità di certe situazioni si sente nell’aria l’incombere di una catastrofe piccola o grande: la pantomima a un passo dal dramma. Qui ci si avvicina alla bancarotta intellettuale. Un ministro dell’Interno dovrebbe essere spinto alle dimissioni non perché pubblica legittimamente un libro intervista con chi gli pare, ma perché nel giorno in cui a Napoli viene ferita una bambina di quattro anni non trova di meglio da dire che “i camorristi dovrebbero spararsi tra di loro senza rompere le palle alla gente che non c’entra”. Claudio Scajola lasciò il Viminale per aver detto cose altrettanto sciocche e negligenti. Ma l’emergenza è il ministro fascista, non il ministro imbelle. Quale altro paese è in grado di offrire ai cittadini un rito così mirabilmente gratuito, una rincorsa che è pura rappresentazione, teatro? Salvini ci campa, e trionfante ringrazia.

Di più su questi argomenti:
  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.