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Luigi e Matteo vicepremier del selfie

Mitraglietta pasquale e immersioni (e già tremiamo per il 25 aprile pensato per Instagram)

Salvatore Merlo

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merlo@ilfoglio.it

23 Aprile 2019 alle 06:19

Luigi e Matteo vicepremier del selfie

Luigi si fotografa bombole e maschera con la fidanzata Virginia immerso nel mare della Sardegna, Matteo si consegna invece a una posa con la mitraglietta della polizia postata dal suo social manager Luca Morisi. Il bravo ragazzo e l’omaccione buono, dunque, ecco come si presentano al loro pubblico – cioè a noi – i due vicepremier del governo d’Italia in questi giorni di Pasqua e Pasquetta, tra la colomba (che piace a Di Maio) e l’agnello (che piace a Salvini: “Lo sbrano”). Diversi, certo, quindi ormai litigarelli su ogni cosa – dalla Tav al tetto per i pagamenti in contanti, dalle pensioni alla chiusura dei negozi la domenica, dalla Raggi al sottosegretario Siri – ma pure solidali, affratellati, gemelli, accomunati da una passione recitativa totale e permanente, dalla necessità improrogabile o dal piacere, chissà, indefettibile di apparire e di esporsi a ogni costo e in ogni istante, in qualsiasi momento e circostanza.

 

Entrambi hanno fatto della conquista dell’attenzione la loro ragione di vita, cosa che li rende pure estremamente moderni, aderenti cioè alla società della rappresentazione: esibizione, senza dubbio, però distillata e quintessenziale in una vita pubblica già ampiamente e irreversibilmente spettacolarizzata. E in attesa allora che anche la sinistra si consegni spensieratamente alla giostra – Carlo Calenda che si fotografò pancia all’aria pare a buon punto, ma non sembra ancora aver scoperto appieno le potenzialità di Instagram – bisogna tuttavia ammettere che sia il leghista, per adesso, quello più prolifico e fantasioso, affezionato com’è alle pose strambe e provocatorie. Fenomenale per i lacci che sa tendere, come la già mitologica mitraglietta di Pasqua al posto del ramoscello d’ulivo, Salvini sa che ci saranno sempre dei Saviano o una Boldrini – che Morisi li benedica – pronti da qualche parte ad afferrarli, questi lacci. Dunque Salvini non solo propone – ieri – la reintroduzione della leva obbligatoria, ma appena può accompagna pure i suoi selfie trappola con espressioni tratte a casaccio dal massimario di Mussolini, facendo quindi scivolare con nonchalance frasi del tipo “chi si ferma è perduto” o “molti nemici molto onore”.

 

Di Maio è al contrario più prevedibile, e a tratti purtroppo anche un po’ noioso – sul genere cravatta del pranzo domenicale o foto con la fidanzata bionda. Quindi se Matteo è capace di alternare un post sugli immigrati schifosi a un selfie con i peluche delle figlie, Luigi o snocciola numeri un po’ pedanti sui “successi” del M5s al governo o altrimenti consegna perle di filosofia ambulante del tipo: “State con le persone che vi fanno stare bene e fatele stare bene a vostra volta”. E’ dura l’esistenza del politico social, una corsa quotidiana, una vita vissuta saltando sempre sul selfie fuggente, tra un panino al salame (Salvini) e un’insalata scondita (Di Maio), un centrifugato biologico (Di Maio) e uno spritz sulle nevi del Trentino (Salvini). E abbiamo soltanto appena superato la Pasquetta che dopodomani sarà il 25 aprile, e già pregustiamo ciò che i due vicepremier avranno in serbo per noi, affinché nemmeno nei giorni di festa nazionale ci si possa dimenticare di loro. Il 25 aprile sarebbe una bella pagina da ricordare. In modo sobrio, intelligente, sincero, senza faziosità, senza strumentalismi e conticini di bottega. Ma ci possiamo scommettere, perché già l’hanno annunciato: Luigi, che deve aver visto in tivù tutti i libri sulla Resistenza, si sparerà qualche selfie in piazza travestito da partigiano Johnny. Quanto a Matteo, lui ha detto che la festa non gli interessa, andrà a Corleone, in Sicilia, perché “la vera liberazione è quella dalla mafia”. Il generatore automatico di frasi del duce già suggerisce la didascalia della foto in posa da prefetto di ferro: “Me ne frego”.

Salvatore Merlo

Salvatore Merlo

Milano 1982, giornalista. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.

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