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Una passione unica

Massimo Bordin se n’è andato, col suo riserbo leggero. La radio, il radicalismo, la sua scrittura perfetta

18 Aprile 2019 alle 06:00

Una passione unica

Massimo Bordin (foto Imagoeconomica)

Non era generoso di sé, Massimo Bordin. Rimproverato con un abbraccio amichevole per la sua anaffettività, poco bacione com’era, rispose timido che era vero con il tono di chi non se ne vanta ed è curioso di questa osservazione personale. Era generoso delle sue idee, delle cose che sapeva, erano molte e varie, e del modo stesso che aveva di metterle nel bollitore dell’informazione italiana oltre che nella meravigliosa conversazione, e sempre austera ma sorridente, insomma del suo stile. Che tossisse molto, anche in una gara dongiovannesca con Pannella a chi tira le cuoia prima per il “piacere laico di una sigaretta”, e che fosse l’unico a poter credibilmente litigare in pubblico con il patriarca, è vero, ma non è il suo tratto decisivo.

 

Era un tipo superbamente colto e appassionato, di quella “passione unica” che Balzac attribuisce ai suoi eroi felici e infelici, della politica, della storia, della giustizia. Ma senza ambizioni sbagliate, la passione di un uomo buono e accorto e anche irritabile. A dargli di gentiluomo liberale, accettava gentiluomo e respingeva il liberale, replicando con ironia che semmai era un trotskista, specie estinta. E’ morto un uomo, in fondo, che l’estinzione se la cercava e se la coccolava senza complessi e senza iattanza. La vitalità e vivacità ostentatoria delle mezze calzette non erano affar suo. Animo naturalmente aristocratico, viveva la radio e il radicalismo e la scrittura perfetta, che abbiamo avuto l’onore di ospitare per troppi pochi anni, come un Ancien régime. Era un girondino, un repubblicano costituzionale innamorato di Montesquieu, era il raffinato e puntuto dicitore dei processi, delle requisitorie, delle trame e degli intrighi che stanno sempre dietro l’amministrazione del diritto. Ma i diritti civili, per lui, erano fuori discussione. Come la libera espressione di sé, delle persone e delle associazioni, quale ne fosse l’orientamento. Un protettore degli uomini liberi.

 

Il grande Lino Jannuzzi lo aveva portato dentro quel fenomeno inaudito che è stata per tanti anni, e se ne sente ancora tutta la pulsione ereditaria, Radio Radicale. Lui ci stava come il maiale nel brago, un primo della classe naturale in un calderone fatto di scarti e fuochi di ogni genere, ma non una testa da prima comunione. Massimo Bordin aveva un corpo adatto alla sua voce da baritono basso, e un volto da Gran carattere di un teatro senza tempo, sicuramente con radici nel classicismo e nel verso alessandrino. Bello sguardo, dolorosamente consapevole della perdita dell’innocenza, begli occhi attenti e larvali, come se non avesse voluto esibirli, servivano per leggere, per vedere, per scrivere, per comunicare in modo svelto e asciutto, anche quando era alla radio dove gli occhi sono trasfigurazioni del suono.

 

Il riserbo con cui si è ammalato, si è curato e ha ceduto era parte della sua sintassi, il tratto leggero, la presa di distanza, l’effusione pacata e sapiente di quel tanto di sentimento che è inevitabile, e basta. La rubrica “Bordin Line” era un modo di pensare, come la rassegna stampa, musica da camera senza violini, un tocco di pianoforte, una mano sbattuta sul tavolo, il fruscio di una notizia appartata tra le pagine scricchiolanti e cenciose in un giornale letto di primissima mattina, e molti fiati, mai una trombonata. Data la triste e ingrata notizia, i suoi compagni di lavoro hanno mandato in onda il Requiem d’ordinanza, e forse Massimo Bordin, rispettoso del lavoro degli altri e degli altri in generale, l’avrebbe trovato, ma senza dirlo, un sovratono.

 

La storia della sinistra, l’avventura del pensiero e della prassi radicali, tutto un complesso di verità scritte con la ragione umana aperta alle correzioni ma intrattabile nella sua sostanza logica, alla luce di una cultura di Lumi e di Controlumi, sono cose che non ha mai cantato, semmai le ha sussurrate con il gusto del dettaglio rauco, le ha dette come un bravo attore dice una poesia con i suoi ermetismi. Massimo Bordin aveva il dono divino dell’equilibrio, una cosa rarissima ormai, apollinea, un tratto distintivo che ha fatto di lui molto più che un giornalista o un amico delle piccole ore del mattino. Marianna Bartoccelli era morta prima di lui, Daniela Preziosi gli sopravvive, come tutti noi, in fondo.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    18 Aprile 2019 - 16:04

    Bordin Massimo. Definirsi, caso mai, trotzkista ed essere accostato da Giuliano Ferrara a “un repubblicano costituzionale innamorato di Montesquieu”, è solo una apparente contraddizione. Bordin l’annullava nella sua onestà culturale e intellettuale. Però, aver cognizione delle tempeste emozionali e passionali di cui l’uomo è impastato e quanto siano possenti, è sempre sfociato nei millenni, da tutte le parti, nella pretesa di aver la ricetta giusta per indicare il “come dovrebbe essere”. Ma poiché tutte le ricette scaturiscono dalle passioni e dalle emozioni, rimarremo sempre al palo: sempre pronti per nuove utopie. Ab aeterno. Fecondo ab aeterno.

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  • ada.ruggeri

    18 Aprile 2019 - 16:04

    Grande sconforto per la morte di Massimo Bordin. Il ritratto che ne fa Giuliano Ferrara è per me quasi un abbraccio. Grazie.

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  • Andrew

    18 Aprile 2019 - 10:10

    Massimo Bordin era contento e ricco di quel che aveva dentro, oltre alla suddetta bontà d’animo: un’intelligenza esagerata, un senso critico che si coniugava con l’onestà intellettuale di cui poteva fare sfoggio come e quando voleva. Oltre a stringermi attorno alla sua famiglia di Radio Radicale che in questi giorni sta vedendo i sorci verdi della prepotenza e dell’ignoranza grillina – rimpiangerò la voce che per trenta e passa anni mi ha svegliato la mattina intorno alle 7,35. Noi tutti abbiamo amato “The Voice”, noi tutti osserviamo la sinistra coincidenza simbolica tra il suo ultimo viaggio e quello che sembra essere l’ultimo capitolo di una storia radiofonica e politico-esistenziale iniziata a metà degli anni Settanta. R.I.P.

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