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Il buco nero è il governo

Oltre il Def. Il populismo ha trasformato in pilastri dell’austerità i pilastri della credibilità. Guai. E i risultati si vedono

11 Aprile 2019 alle 06:10

Il buco nero è il governo

Foto Imagoeconomica

La chiamavano austerità, ma non era altro che credibilità. L’incredibile bagno di realtà con cui il governo ha dovuto fare i conti due giorni fa presentando il suo primo Def non riguarda solo la tragica presa di coscienza della situazione del nostro paese – le tasse dovevano scendere e invece salgono, il debito doveva calare e invece cresce, l’occupazione doveva aumentare e invece diminuisce, la spesa per gli interessi doveva migliorare e invece peggiora, la crescita doveva progredire e invece regredisce – ma riguarda prima di tutto un aspetto politico ulteriore, che ci permette di mettere a fuoco con semplicità la pericolosità del vero collante del cambiamento populista: la rimozione del passato.

 

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Il Documento di economia e finanza conferma che aumenteranno il debito pubblico, la pressione fiscale, la disoccupazione, mentre le riforme rallenteranno ulteriormente la crescita. L'intervento del direttore Claudio Cerasa a Otto e mezzo

 

La distanza politica tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini esiste su un numero significativo di dossier, e i due vicepremier convocati ieri mattina a Palazzo Chigi da Conte non perdono occasione di farlo notare ogni giorno a favore di telecamera. Ma il motivo per cui alla fine dei conti il leader del M5s e il leader della Lega continuano a intendersela alla grande è insieme la ragione della stabilità del governo e la ragione dell’instabilità dell’Italia: aver trasformato il cambiamento non in un miglioramento del presente ma in una demolizione di tutto quello fatto prima del loro arrivo.

 

Di Maio e Salvini hanno dimostrato di poter bisticciare su un termovalorizzatore, su un’infrastruttura, su una nomina, sulla prescrizione, sul rapporto con la Cina. Ma se c’è un elemento che contraddistingue l’intesa perfetta raggiunta dai due vicepremier quell’elemento è legato alla consapevolezza di entrambi di aver costruito buona parte del proprio consenso sulla base di un principio truffaldino: per essere credibili, noi populisti, dobbiamo dimostrare di essere in grado di passare con una ruspa su tutto ciò che l’Italia ha fatto negli ultimi anni. E così i litigi tra Salvini e Di Maio spariscono improvvisamente quando il M5s e la Lega devono decidere se iniziare o no a smantellare la legge Fornero, se iniziare o no a smantellare il Jobs act, se iniziare o no a fottersene dello spread, se iniziare o no a fregarsene del debito pubblico, se iniziare o no a infischiarsene dei mercati e dei titoli di stato che hanno in pancia le banche italiane. Essere dalla parte del cambiamento, oggi, significa prima di tutto questo, ma la progressiva trasformazione della lotta contro il passato in battaglia contro il rigore ha portato ai risultati che vediamo. Ciò che i populisti stanno raccogliendo è esattamente quello che hanno seminato.

 

Diciamoci la verità. Ti puoi stupire che l’Italia sia un paese sempre meno affidabile se al posto di tenere a bada il tuo debito pubblico (dal 2014 al 2017 è passato dal 131,8 per cento al 131,2) fai di tutto per farlo salire in alto (il Def dice che nel 2019 arriverà a quota 132,7)? Ti puoi stupire che l’Italia sia l’unico paese dell’Eurozona a distruggere posti di lavoro se al posto di combattere la disoccupazione scegli di combattere la flessibilità (durante il governo Conte sono stati distrutti 425 posti di lavoro al giorno, nei quattro anni precedenti ne sono stati creati 712 al giorno)? Ti puoi stupire che l’Italia sia l’unico paese dell’area Ocse in recessione se è il tuo stesso Def a riconoscere che aver destinato le tue poche risorse disponibili al reddito di cittadinanza e alla quota cento non stimolerà la crescita (le due riforme costano lo 0,6 per cento del pil ma produrranno una crescita dello 0,2 per cento del pil)? Ti puoi stupire se i prestiti alle imprese sono in calo da due mesi (meno 0,7 a gennaio, meno 0,1 a febbraio, dati Bankitalia) se le banche sono state costrette negli ultimi mesi a mettersi in pancia miliardi e miliardi di titoli di stato (a febbraio la quota di Btp e titoli di stato detenuta dalle banche italiane ammontava a 387,2 miliardi, un anno prima erano 337)?

 

Salvini e Di Maio non lo possono dire e non lo possono riconoscere, ma la verità è che in questi mesi i partiti di governo hanno spacciato come austerità da eliminare ciò che invece in questi anni era diventato parte della nostra credibilità. Cambiamento oggi significa peggioramento. E per vederlo non serve avere raffinati telescopi da astrofisici, ma molto meno. Serve semplicemente togliersi gli affettati dagli occhi e fare di tutto per far uscire l’Italia dal buco nero in cui sta sprofondando ogni giorno di più.

Claudio Cerasa

Claudio Cerasa

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

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