Si può cancellare il 4 marzo

Claudio Cerasa

Il centrodestra continua a vincere regionali, il centrosinistra miglioricchia, il M5s non smette di calare. L’alternativa c’è ma non illudetevi: l’amore Di Maio-Salvini non è dettato dalla necessità, ma dalla volontà, e per l’Italia i guai continueranno

Le elezioni regionali vinte dal centrodestra in Basilicata, così come quelle vinte dal centrodestra in Sardegna il 24 febbraio, così come quelle vinte dal centrodestra in Abruzzo il 10 febbraio, così come quelle vinte dal centrodestra a Trento il 21 ottobre, così come quelle vinte dal centrodestra in Friuli il 29 aprile, così come quelle vinte dal centrodestra in Molise il 22 aprile, ci dicono che, da un anno a questa parte, ogni volta che gli italiani ne hanno la possibilità votano con forza per provare a cancellare il risultato elettorale del 4 marzo 2018.

 

In Gran Bretagna, i nemici della Brexit, il People’s Vote, per provare a cancellare il referendum sull’uscita dall’Unione europea scendono a milioni in piazza a Westminster (o Uestamaister come dicono gli amici della Casalino Associati) e raccolgono firme per revocare la notifica dell’articolo 50 dei trattati europei, che prevede il meccanismo di recesso volontario di un paese dell’Unione europea. In Italia, i nemici del 4 marzo, il nostro people’s vote, coloro che cioè farebbero di tutto pur di avere alla guida del paese un qualsiasi governo che non sia simile a quello attuale, sono disposti a votare un qualunque candidato che sia alternativo a chi oggi si trova alla guida il governo. E il risultato è che dallo scorso ottobre non c’è una sola elezione, regionale, provinciale o suppletiva, in cui gli elettori non abbiano deciso di dare qualcosa in più al centrodestra (passato in Basilicata dal 25,4 per cento delle politiche al 42,2 delle regionali, in Sardegna dal 31 alle politiche al 47,8 delle regionali, in Abruzzo dal 35,5 delle politiche al 48 delle regionali), qualcosina in più persino al centrosinistra (passato in Basilicata dal 19,6 per cento delle politiche al 33,1 delle regionali, in Sardegna dal 17,6 delle politiche al 32,9 delle regionali, in Abruzzo dal 17,6 delle politiche al 31,3 delle regionali), qualcosa in meno al Movimento 5 stelle (passato in Basilicata dal 44,3 delle politiche al 20,3 delle regioni, in Sardegna dal 42,5 delle politiche all’11,2 delle regionali, in Abruzzo dal 39,8 delle politiche al 20,2 delle regionali), qualcosa in meno all’area di governo (Lega e M5s, in Basilicata, hanno preso insieme il 39,4 contro il 50,6 delle politiche, in Abruzzo il 47,2 contro il 53,6 delle politiche, in Sardegna il 21,1 contro il 53,3 delle politiche).

 

I numeri nudi e crudi ci dicono che più si va avanti con il tempo e più aumentano gli indizi gravi e concordanti capaci di certificare la presenza nel paese di una maggioranza politica che in caso di voto anticipato potrebbe regalare all’Italia un governo con un colore diverso rispetto a quello attuale, simile a quello registrato in tutte le regioni in cui si è votato dal 4 marzo a oggi. Eppure, al contrario di quello che si potrebbe credere, le elezioni regionali della Basilicata hanno avuto paradossalmente l’effetto di confermare che le due forze politiche più in crescita dal 4 marzo a oggi faranno ancora di tutto per evitare il ritorno alle elezioni.

 

Per il centrosinistra il discorso è semplice e forse inconfessabile: è vero che aver guadagnato nel giro di un anno una decina di punti in più rispetto alle politiche è un risultato discreto, ma è anche vero che per il centrosinistra il modello delle alleanze regionali, al centro il Pd e intorno le liste civiche, non è replicabile almeno fino a quando il Partito democratico non avrà degli alleati competitivi con cui coalizzarsi e per questo Nicola Zingaretti ha tutto l’interesse a non votare il più presto possibile.

 

Per il centrodestra invece il discorso è più complesso ma altrettanto lineare, e non c’è da stupirsi più di tanto se Salvini ieri ha ricordato che l’orizzonte di questo governo è di quattro anni e non di pochi mesi. La ragione è semplice e riguarda la non autosufficienza della Lega da Forza Italia: il calo del partito di Berlusconi è vertiginoso (in Basilicata ha ottenuto il 9,1 per cento, contro il 12,4 delle politiche, 3,4 punti percentuali in più rispetto a Fratelli d’Italia, passato dal 3,7 al 5,9) ma la presenza del Cav. nella coalizione è ancora determinante per gli equilibri del centrodestra. Fino a che Salvini non avrà la certezza di poter fare a meno di Forza Italia a livello nazionale difficilmente romperà con il Movimento 5 stelle per andare a votare.

 

Da mesi, insomma, il people’s vote tenta in tutti i modi di mostrare la sua indignazione contro il governo italiano, ora votando per l’unica forza percepita come alternativa a quella vittoriosa del 4 marzo (i voti ottenuti dai candidati appoggiati dal centrodestra alle elezioni in Molise, in Friuli Venezia Giulia, a Trento, in Abruzzo, in Sardegna sono 1 milione e 293 mila), ora incoraggiando ogni tentativo più o meno timido portato avanti dall’altra alternativa di governo di bocciare in toto l’operato dell’esecutivo gialloverde (alle primarie del Pd sono andati a votare 1 milione e 569 mila persone). Ma, paradossalmente, più passa il tempo più il people’s vote mostra il suo volto alternativo e più aumenta una consapevolezza che molti elettori che oggi sostengono il Capitano non vogliono ammettere: l’abbraccio tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio, il Fedez e la Ferragni di Palazzo Chigi, non è un abbraccio dettato dalla necessità, ma è un abbraccio dettato dalla volontà – e dal desiderio esplicito di portare avanti un progetto al centro del quale si trova uno slogan politico che nel giro di poche settimane è passato rapidamente da “prima gli italiani” a semplicemente “prima il potere”. Che Salvini sia un’alternativa al M5s è un dato di fatto. Che Salvini voglia un’alternativa a questo governo è tutta un’altra storia.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.