La nave Mare Jonio a Lampedusa con 49 migranti a bordo (foto LaPresse)

I porti chiusi sono una distrazione

Luca Gambardella

I migranti continuano a partire e continuano a morire in mare, solo che non ce lo dice nessuno. Un esperto ci spiega le conseguenze della retorica della “fortezza”

Roma. Ieri un portavoce dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), Flavio Di Giacomo, ha comunicato che nella notte un barcone carico di migranti partiti dalla Libia si è rovesciato al largo di Sabrata. I superstiti sono stati 15 ma il numero delle vittime resta imprecisato. Non è un caso isolato, perché le partenze e le morti dei migranti, anche al tempo dei “porti chiusi”, non si sono arrestate. A gennaio, Medici senza frontiere ha parlato di 20 cadaveri trovati sulle spiagge del golfo di Sirte. Almeno altri tre sono stati avvistati il mese successivo nella stessa zona. Nel frattempo, in Italia, l’attenzione generale era tutta concentrata sulle parole durissime rivolte dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, che ha ribadito come l’unica politica migratoria del governo gialloverde sia quella dell’“arrestateli tutti”. Il vicepremier lo ha chiarito anche ieri, nel corso di una riunione al Viminale sul caso della nave umanitaria Mare Jonio.

 

 

La Mare Jonio è rimasta per ore alla fonda a un miglio da Lampedusa, con a bordo 48 migranti salvati al largo della Libia, prima di essere autorizzata all’attracco e successivamente sequestrata. E soprattutto, ha aggiunto Salvini su Twitter, “i porti erano e resteranno chiusi”. Poco importa che le convenzioni internazionali impongano il soccorso alle navi in difficoltà, che la Libia non sia considerata porto sicuro dalle Nazioni Unite e che non esistano atti approvati dal Consiglio dei ministri che dimostrino l’effettiva chiusura dei porti italiani: la retorica della “fortezza italiana” finora ha pagato moltissimo in termini politici e ha avvalorato la tesi di Salvini secondo cui “meno ne partono, meno ne muoiono”. E così la percezione collettiva è che che il ministro dell’Interno leghista sia riuscito una volta per tutte nell’impresa di chiudere il rubinetto dei migranti in partenza dalla Libia.

 

 

Ma la realtà è che non siamo mai stati tanto all’oscuro di ciò che accade davvero al largo di Tripoli e a ridosso delle nostre coste. Da giugno 2018, cioè da quando la Libia ha annunciato la creazione di una zona Sar (search and rescue) di sua competenza, non si hanno più comunicazioni ufficiali sulle partenze o sui naufragi. Eppure, contrariamente a quanto ripetuto dal governo italiano, migliaia di persone continuano ad attraversare il Mediterraneo. “Nonostante la stagione invernale abbia reso difficile le traversate, nonostante l’assenza di ong in quel tratto di mare e nonostante la politica dei cosiddetti ‘porti chiusi’, dal 1° gennaio 2018 a oggi sono partiti dalla Libia circa 1.500 migranti”, spiega al Foglio Matteo Villa, ricercatore dell’Ispi. “Di questi più di mille sono stati rispediti indietro dalla Guardia costiera di Tripoli. I morti sono stati oltre 220, meno di un centinaio quelli che sono riusciti ad arrivare in Europa”.

 

Il dato sulle partenze e sui morti è da prendere con cautela, proprio perché la cosiddetta “Guardia costiera libica” – un gruppo di miliziani male addestrati e ancora peggio equipaggiati – non fa certo della trasparenza la sua priorità. I numeri raccolti dal ricercatore dell’Ispi dicono che anche in un Mediterraneo svuotato dalle ong i migranti continuano a partire. “Che le organizzazioni umanitarie non siano un pull factor, come invece sostiene il governo italiano, è dimostrato dai fatti – dice Villa – Oltre alle partenze che non si sono interrotte negli ultimi mesi nonostante l’assenza di ong, c’è il caso emblematico di luglio 2017, quando gli sbarchi hanno cominciato a diminuire: nella prima metà del mese gli arrivi in Italia erano stati oltre 10 mila, nella seconda circa 500. Ma per tutto il mese le ong che operavano nel Mediterraneo sono state sempre nove”.

 

Eppure, il messaggio salviniano è che senza le navi umanitarie sarà possibile raggiungere l’obiettivo delle partenze zero. Per farlo, secondo il ministro dell’Interno, occorre che l’Europa adotti nel Mediterraneo un sistema di respingimenti più efficace, come quello australiano. La cosiddetta Pacific Solution ha la fama di essere una misura molto stringente che prevede il confino dei migranti intercettati nell’oceano sulle isole di Nauru e della Papua Nuova Guinea. “Ma paragonare il Mediterraneo al Pacifico è un non senso”, spiega Villa. “Se prendiamo i dati relativi all’Australia vediamo che la Pacific Solution ha funzionato perché l’Australia non ha mai dovuto accogliere più di 20 mila migranti in un anno. Per farci un’idea, si tratta più o meno del numero di immigrati arrivati in Italia nel 2018, quando di certo non si poteva parlare di uno stato di emergenza. Basti pensare che nel nostro paese sono arrivate 30 mila persone nel 2009, 60 mila nel 2011, 150 mila nel 2014. La politica della deterrenza adottata dall’Australia ha funzionato – ammette Villa – ma nel caso dell’Italia, visti i numeri molto più elevati, non porterebbe mai a un abbattimento delle partenze sia per il contesto geografico che è molto diverso sia perché la pressione migratoria da noi è più elevata”. Nel frattempo, allora, sembra non resti altra soluzione che “arrestarli tutti”, o quantomeno voltarsi dall’altra parte al prossimo naufragio.

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.