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Renzi vs Le Pen

Perché in Francia il talk è una cosa interessante, e da noi invece un circo di pernacchie e petomani?

Salvatore Merlo

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merlo@ilfoglio.it

16 Marzo 2019 alle 06:14

Renzi vs Le Pen

Matteo Renzi con Marine Le Pen a "L'emission Politique"

Il ritmo all’ultimo respiro, la scansione logica chiara e netta, la sensazione di assistere a un evento, a un fatto interessante, che fa la gloria dell’informazione e del servizio pubblico televisivo (quello francese), in un gioco sottile di vere intimidazioni e finte cortesie tra due leader, l’europeista e l’euroscettica, Matteo Renzi e Marine Le Pen, che si scontrano in un minuetto di schiaffi, e falsi complimentucci, che sono il contrappunto del rispetto grammaticale e sintattico. Una scoperta per lo spettatore (italiano) di talk-show, abituato com’è – quando sopravvive – al monologo che umilia gli interlocutori e gli elettori, al semplicismo arrangiato, sciatto, regressivo, monotono e persino gregario interpretato sempre dalle stesse bocche che si aprono e danno fiato al dibattito teleinvasato.

 

La lezione europeista di Matteo Renzi a Marine Le Pen (e a Salvini)

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E allora alle 23 di giovedì, Renzi compare sugli schermi di France 2, il canale della tv di stato, e dibatte con Le Pen, in francese, lingua che evidentemente padroneggia assai meglio dell’inglese. Venti minuti di fuochi d’artificio dialettico. Lo sguardo canzonatorio, il silenzio ironico, la strategia del puntiglio e del ripicco, la rapidità degli scambi. “Madame, io ho molto rispetto per lei, ma devo dirle che lei non sa di cosa parla”. “Monsieur, sono costretta a ricordarle che lei ha governato senza essere stato eletto”. E tutt’intorno nessuna piazza sbraitante, niente tabelle farlocche, nessun inviato di strada che sbatte il microfono tra i denti del primo che gli capita a tiro, niente opinionisti pronta beva o controfigure che si agitano, chiamate a far casino in una rumorosa festa di flatulenze pubbliche. Ma solo i protagonisti – in carne e ossa, niente controfigure – di due offerte diametralmente opposte, civilmente impegnati in un confronto pieno di colpi bassi a ogni piè sospinto, ma pure impegnati nella mutua accettazione, perché l’elegante canone della conversazione sta nella distanza dalle parole degli altri.

 

E la questione è evidentemente estetica, politica, ma anche culturale. Perché Léa Salamé, la conduttrice di “Emission politique”, il talk-show più seguito di Francia, lei che va in onda ogni giovedì per oltre due ore e mezza, per funzionare non ha bisogno di pernacchie e petomani, di quel genere di cetrioli bislacchi che in Italia vengono spacciati via etere per sadica combinazione culinario-cabarettistica? C’è stato un tempo in cui il talk-show anche in Italia era un evento, certo spettacolarizzato, ma non ancora mostrificato. La spilletta sfavillante sul bavero del Cavaliere e il tragico vestito marrone di Occhetto. Prodi che nel ’96 si allenava per diventare più reattivo. D’Alema e Rutelli. Il nervosismo, le facce, i colletti che si allentano, l’impressione di assistere a qualcosa che ha un senso. Di Maio contro Zingaretti? Salvini contro Renzi? No. Macché. Il lunedì Fusaro, il martedì Giarrusso, il mercoledì trippa e il giovedì gnocchi, secondo il menu poco costoso e non molto appetibile dei palinsesti in disarmo d’una tivù in bancarotta intellettuale.

Salvatore Merlo

Salvatore Merlo

Milano 1982, giornalista. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.

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Commenti all'articolo

  • jose_ninguem

    18 Marzo 2019 - 16:04

    C'è una splendida canzone dei Louise Attaque dedicata a Léa, dal titolo Léa, appunto, che ne narra le gesta abbastanza chiaramente.

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  • LDR28

    17 Marzo 2019 - 10:10

    Bel articolo, complimenti

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  • Silvius

    17 Marzo 2019 - 02:02

    La TV per essere in bancarotta intellettuale dovrebbe possedere un intelletto. È inguardabile, di una volgarità pornografica, e di una pochezza incredibile. Una salotto pubblico di nullità. Sono felice di non possedere il disgustoso elettrodomestico.

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  • lorenzolodigiani

    16 Marzo 2019 - 11:11

    Caro Merlo, inserisca nel menù settimanale il professor Rinaldi, peraltro persona garbata, divenuto personaggio onnipresente e, sembrerebbe indispensabile, in ogni talk show di età sovranista.

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