La farsa della privacy nella repubblica grillina

Giuliano Ferrara

15/03/2019

La farsa della privacy nella repubblica grillina

Giulia Sarti (foto LaPresse)

La campagna per mettere le pecette alle foto è grottesca. L’indignazione femminista per il corpo violato è grottesca. La pratica a tutela della femme violée istruita dai probiviri del Movimento 5 Palle è grottesca. La pietosa tragicommedia dell’onorevolessa da chat

Se ho capito bene, la Repubblica benpensante insorge a tutela della privacy di una deputata grillina che ha abbandonato di corsa la presidenza della commissione Giustizia della Camera, detta anche Scatola di tonno, per una brutta storia di malversazioni con denaro pubblico, onestà-tà-tà, condivisa in rissa e potenziali o attuali ricatti con un suo ex fidanzato procace e con il portavoce del presidente del Consiglio dei ministri. Se ho ben capito, la Repubblica benpensante, senza eccezioni a destra e a sinistra e al centro, ossia l’emiciclo tutto e solidale, e per giunta gran coro femminile e femminista all’insegna del #me-no!, presenta quattro disegni di legge contro il fantasma del revenge porn, l’uso a scopo di vendetta e ricatto di filmini o foto porno prodotte tra le mura di casa da profeti della trasparenza sul web, e derrate di dichiarazioni a sostegno di una profetessa dei casaleggiani intrappolata nella websfera. Se ho ben capito, dovremmo tutti associarci a una campagna che Giuseppe De Filippi ieri ha ben descritto con il motto: #Leave, remain o ridammi le foto. E questa sarebbe l’ultima versione conosciuta della moralizzazione all’italiana. Il corpo è mio e lo gestisco io, magari con la stessa autorevolezza con cui gestisco le finanze pubiche, oops, volevo dire pubbliche. E Dio ne guardi dall’ulteriore spargimento di sangue e foto che deriverebbe dall’hackeraggio già avvenuto di incontri porno-soft gialloverdi al vertice della piramide. Una volta discutevamo delle trame dietro all’eventuale pubblicazione di lettere segrete di Moro dal carcere, insomma la Pietà di Michelangelo, ora delle trappole senza veli in cui sarebbero incappati l’onorevole donna e i maschietti amici, tutti messi sulla nuvola della rete e delle chat a disposizione della prurigine e dello scandalo, insomma la pietosa tragicommedia della commissione Giustizia e del portavociato di Palazzo Chigi o Palazzo Gigi.

 

In Italia i ricattati fanno strada

Giulia Sarti era palesemente inadeguata a rivestire il ruolo di presidente della commissione Giustizia, prima delle foto rubate. Adesso invece è considerata adeguatissima

 

Decidiamoci. Ci si può sposare in età giovanile e magari fare figli nel piacere procreativo e unitivo, eventualmente c’è anche il divorzio e la comunione della Amoris laetitia o un costumatissimo adulterio, poi si può studiare e lavorare per governare le istituzioni repubblicane, e limitare l’attività fotografica a cartoline domestiche a prova di ricatto, ritraendosi per di più dall’idoleggiamento della trasparenza rousseauiana nel web della democrazia partecipativa o diretta. Oppure si può scegliere di mostrare le zinne e i genitali e atti preliminari più o meno legislativi all’obiettivo clic della trasparenza fotografica. In questo secondo caso la difesa della privacy è grottesca. La campagna repubblicana all'unisono per mettere le pecette alle foto è grottesca. L'indignazione femminista dest-sinist-avanti marsch per il corpo violato è grottesca. La pratica a tutela della femme violée istruita dai probiviri del Movimento 5 Palle è grottesca. La pretesa di essere sottratti al ricatto, ma de che, è grottesca. A me non frega niente di chi scopa con chi, ma sulla scena pubblica della chat, quando scatta il clic fatale, la chatte è di tutti. Lo ha capito a sue spese Jeff Bezos, un tipino affluente che si sa difendere senza contorsioni ridicole, dovrebbero capirlo anche l’onorevolessa e il portavocione con i loro corifei. Di tutti, esattamente come il pubblico denaro.