Cosa rischia la democrazia quando la politica diventa l'arte dei senza mestiere

Claudio Cerasa

Gli anticasta hanno creato un contesto ideale per far maturare una classe dirigente incapace, che tende a fare politica non per vocazione ma per disperazione. Il risultato è l’Italia di oggi. Indagine, con postilla sul bluff di Rousseau

In un pezzo di Italia probabilmente meno minoritario rispetto a quello che si potrebbe credere c’è una domanda che da mesi rimbalza come una pallina da ping pong: ma quando diavolo nasce la nuova cosa? La nuova cosa è quella che abbiamo descritto molte volte su questo giornale e corrisponde al profilo di un nuovo contenitore politico necessario oggi più che mai per raccogliere i voti di tutti coloro che faticano a riconoscersi tanto nei partiti che si trovano al governo quanto nei partiti che si trovano all’opposizione. In prospettiva, rispetto a un nuovo partito modello Ciudadanos, modello En Marche!, modello Verdi, modello populismo riformista, il problema non è costituito tanto dalle idee che dovrebbe avere il nuovo contenitore quanto da un problema apparentemente insuperabile che coincide con tre lettere e un punto interrogativo: chi? Le idee ci sono, nel senso che solo chi si vuole rassegnare a un mondo dominato dai sovranisti può pensare che il bipolarismo del futuro debba essere e possa essere quello rappresentato dalla dialettica tra il Movimento 5 stelle e la Lega di Salvini. Le idee ci sono, nel senso che un contenitore politico desideroso di essere alternativo tanto ai partiti di governo quanto ai partiti dell’opposizione non avrebbe altro da fare se non trasformare l’apertura in un proprio punto di forza, se non trasformare l’Europa nel proprio futuro, se non trasformare la sburocratizzazione dell’Italia in un suo mantra, se non trasformare la lotta contro la pressione fiscale in un suo obiettivo, se non trasformare le infrastrutture in un proprio cavallo di battaglia, se non trasformare il protezionismo in un incubo per il futuro dei nostri figli.

 

Il problema dunque non sono le idee ma è sempre quella parola lì: chi? Di fronte a questa domanda a ciascuno di noi potrebbe venire in mente qualche nome con le caratteristiche giuste per essere considerato l’uomo nuovo su cui scommettere per far nascere un nuovo contenitore antisovranista ma una volta passati in rassegna un po’ di nomi verrà quasi naturale porsi un’altra domanda non meno importante della prima: chi potrebbe essere interessato oggi a mettere i suoi talenti al servizio della politica?

 

La questione è delicata ed è difficile da affrontare ma è piuttosto evidente che l’ascesa della cultura anticasta ha avuto l’effetto di rendere il mestiere del politico qualcosa di particolarmente sconveniente e lo stigma sociale che si è andato a creare intorno a questa professione ha allontanato progressivamente dalla politica molte persone che in altri tempi avrebbero potuto portare il proprio prezioso contributo. Non si tratta di fare nomi ma si tratta di capire che se un politico diventa automaticamente parte della casta, che se un parlamentare diventa automaticamente un potenziale corrotto, che se un privilegio diventa automaticamente un peccato, che se i soldi in politica diventano automaticamente sterco del demonio, che se i magistrati sostengono tra le risate del pubblico in studio che non esistono politici innocenti ma solo colpevoli non ancora corrotti, che se ai cittadini come teorizza il ministro Bonafede non si può impedire di ascoltare le parole dei politici indagati o dei politici quando sono al telefono con persone indagate, succede che la politica diventa inevitabilmente un mestiere dedicato quasi esclusivamente a chi non ha nulla da perdere. Non è sempre così, ci sono molte eccezioni, ci sono molti casi particolari, ma è difficile negare che uno dei principali successi dei professionisti dell’anticasta sia stato quello di creare un contesto ideale per far maturare una classe dirigente politica incompetente, impreparata, incapace, che ha scelto di fare politica non per vocazione ma per disperazione, consapevole cioè di come la politica sia diventata sempre di più il mestiere di chi non ha un altro mestiere. Un Parlamento svuotato di competenze, con parlamentari che spesso per non perdere il proprio unico lavoro sono disposti a votare qualsiasi cosa, è un Parlamento più controllabile, più manipolabile e più esposto alle scorribande dei campioni della democrazia diretta dalla Casaleggio Associati (alle parlamentarie del Movimento 5 stelle, l’80 per cento dei candidati grillini non aveva un lavoro e oggi alla Camera il M5s ha 30 impiegati, 19 liberi professionisti, 13 studenti, 7 disoccupati, 6 insegnanti, 4 imprenditori, 4 operai, 2 dipendenti pubblici, 2 commercianti, 2 medici, 1 agricoltore, 2 casalinghe, 1 giornalista, 2 funzionari pubblici, più altri 13 deputati con professioni non dichiarate). Ma l’effetto deleterio delle politiche anticasta – portate avanti purtroppo per troppo tempo non solo dai partiti anticasta ma anche da uno stolto establishment antipolitico – ha prodotto un cortocircuito ulteriore che non è solo quello di aver fatto terra bruciata attorno ai possibili nuovi volti della politica ma è quello di aver avviato un progressivo e pericoloso logoramento della democrazia liberale.

 

Il vuoto della politica, come tutti i vuoti, genera mostri, e per capire cosa rischia un paese che allontana le sue eccellenze dal mondo della politica conviene rileggersi un testo famoso e meraviglioso pubblicato il 26 aprile del 1921 da Antonio Gramsci su L’ordine nuovo. “Si è presentato come l’antipartito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odii, dei desideri, è divenuto un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno stato bene ordinato e amministrato”. Gramsci parlava del fascismo e se qualcuna di queste parole vi suona familiare forse è il caso di smetterla di parlare di Lino Banfi, dei congiuntivi di Di Maio, degli strafalcioni di Di Battista e di occuparci una volta per tutte di difendere con tutte le forze possibili quello che i nuovi nemici della società aperta hanno trasformato in una casta da eliminare: non un privilegio ma semplicemente la nostra libertà.

 

Post scriptum. A proposito di democrazia svuotata.

 

Oggi, lunedì 18 febbraio, il Movimento 5 stelle deciderà sulla piattaforma Rousseau come votare sull’autorizzazione a procedere richiesta dal tribunale dei ministri di Catania contro il ministro Matteo Salvini (e di fatto contro chi ha avallato al governo la decisione di Salvini di chiudere il porto alla nave Diciotti nonostante i porti non fossero chiusi). Se vogliamo la piattaforma Rousseau è la perfetta essenza di una nuova democrazia che offre l’illusione di essere diretta e che in realtà usa quell’illusione per manovrare in modo opaco. A cosa ci riferiamo? Semplice. Mesi fa, il Foglio diede conto di alcuni documenti del Garante della privacy relativi al funzionamento di Rousseau, ottenuti grazie a un nostro accesso agli atti. Una parte di quei documenti si concentrava sulle ragioni per cui il voto su Rousseau non è sicuro. Sapete perché? Il Garante lo spiega così: “I voti espressi tramite le funzionalità di e-voting offerte dalla piattaforma vengono archiviati, storicizzati e restano imputabili a uno specifico elettore successivamente alla chiusura delle operazioni di voto, consentendo elaborazioni a ritroso con, in astratto, la possibilità di profilare costantemente gli iscritti, sulla base di ogni scelta o preferenza espressa tramite il sistema operativo”. Potrebbe bastare questo dettaglio a capire perché il voto su Rousseau non è un voto come tutti gli altri. Ma c’è un dettaglio in più confessato al Garante proprio dai legali di Davide Casaleggio il 5 ottobre 2017. Sentite ancora cosa scrive il Garante: “A specifica domanda dei verbalizzanti, la parte (Casaleggio) ha fatto presente che sussiste la possibilità teorica di ricondurre, tramite altre informazioni disponibili nel sistema, il voto espresso all’identità del votante, possibilità che tuttavia non è mai stata utilizzata”. Ora: ci si chiederà, ma rispetto a ciò che ha evidenziato il Garante, la piattaforma Rousseau è sempre la stessa o è cambiata? La risposta è proprio quella che pensate: i rischi di controllo remoto sono sempre lì. E quando una democrazia viene svuotata i rischi che ci sia una democrazia taroccata aumentano sempre di più. E’ l’anticasta, bellezza. Buon voto a tutti.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.