L'atavica incapacità della politica italiana di ricostruire dopo i terremoti

Manuel Orazi

Architettura e distruzioni. Una mostra alla Triennale che denuncia una deriva grave: per la prima volta le istituzioni non hanno da offrire uno straccio di progetto unitario

Certo sarebbe cosa buona e giusta che il ministro Toninelli visitasse la mostra in corso alla Triennale di Milano, Ricostruzioni. Architettura, città e paesaggio nell’epoca delle distruzioni a cura di Alberto Ferlenga e Nina Bassoli, fino al 10 febbraio 2019. Sarebbe il modo migliore per rivolgere una critica operativa, nello stile di Bruno Zevi, alla storia recente. Sì perché passando in rassegna tutti i progetti di ricostruzione da guerre, terremoti, inondazioni e catastrofi varie che hanno investito il territorio italiano nel secolo scorso e in questo scorcio del nuovo, si arriva in fondo con una malinconica consapevolezza: dopo i terremoti del centro Italia del 2016, per la prima volta nella storia della Repubblica la politica nel suo insieme non ha da offrire uno straccio di progetto unitario. Non che in passato abbia brillato per progettualità, sempre caratterizzata dalla costante instabilità amministrativa, poggiandosi inevitabilmente sul carattere nazionale tutto impostato all’improvvisazione, che a volte è anche una qualità.

 

Il problema però è che senza un piano d’azione generale, energetico, viario, normativo, antisismico, ecologico, economico o come volete voi siamo condannati all’improvvisazione permanente. Dopo il 1945 e le centinaia di bombardamenti sulle città italiane, non furono varati solo piani di ricostruzione (e nuovi alloggi sociali col piano INA Casa voluto da Fanfani) nelle città più colpite come quelle marine, ma anche in tantissimi piccoli e medi comuni, predisponendo i piani regolatori che aiutarono, soprattutto al nord, la ripresa e il boom economico in parallelo con lo sviluppo delle grandi infrastrutture come l’Autostrada del Sole e in parallelo con le auto Fiat e i carburanti Snam: non a caso il presidente dell’Istituto nazionale di Urbanistica fu a lungo Adriano Olivetti, che pubblicava anche i migliori testi in materia con le sue Edizioni di Comunità e conferiva premi ai vari Luigi Piccinato o Giovanni Astengo.

 

Poi ci sono i ponti, naturalmente, che hanno sempre un valore simbolico, come quelli a Firenze fatti saltare dai nazisti in ritirata, ricostruiti com’era dov’era come quello dell’Ammannati di Santa Trinita o quello ex novo San Niccolò a campata unica di Riccardo Morandi o ancora quelli imponenti autostradali. Niente da invidiare alle ricostruzioni in Francia (a Marsiglia, Fernad Pouillon, a Le Havre Auguste Perret), Germania o a quelle future ma già in parte immaginate come in Siria cui è dedicato il finale dell’esposizione.

 

Il centro della mostra è occupato dai terremoti, a partire dal Belice giusto cinquant’anni or sono. Sebbene a Gibellina si sia consumato uno dei più tragici fallimenti della pianificazione di stato, almeno tutte le grandi personalità coinvolte nell’operazione hanno generato un laboratorio di idee tanto più preziose quanto più critiche e lo si è visto in Friuli nel 1976 quando si imboccò una strada opposta a quella percorsa in Sicilia con le new town e, soprattutto, con la creazione della Protezione civile. Il resto è storia nota fino al terremoto dell’Aquila del 2009, quando il governo Berlusconi insieme con una Protezione civile ipertrofica avviarono una ricostruzione davvero all’italiana: una più rapida stile new town, all’esterno, e una lentissima “dov’era com’era” in un centro storico ormai del tutto disabitato.

 

I terremoti del 2016, avvenuti in un’area più vasta, hanno creato però un nodo di Gordio che non si riesce più a districare: le new town sono diventati villaggi di casette da presepio (ma con una base in cemento armato degno di una palazzina) adagiate a fianco di centinaia di centri storici diroccati e transennati. Conflitti istituzionali permanenti, cabine di regie tecniche sempre da rifare con l’avvicendarsi dei governi con quest’ultimo che nel decreto Genova ha ricambiato le regole alzando la soglia per gli incarichi diretti a 150.000 euro e ridando alle Università la possibilità di eseguire progetti, quando è ovvio che sono centri di ricerca e non professionali. Nuovo commissario è una brava persona, il professor Piero Farabollini, ma di nessunissimo peso politico al contrario dei suoi predecessori, chi risponderà alle sue telefonate a Roma? Lo stato e le regioni insomma non sono più capaci di indire concorsi di progettazione e gare d’appalto, figuriamoci i p.r.g., si punta sempre ad aggirarli al fine di un risparmio presunto di tempo e denaro: in questo la ricostruzione del ponte di Genova è totalmente in linea con le ricostruzioni delle opere minori – ma non meno utili – di quelle nel cratere. Se il primo della classe Renzo Piano dona il suo progetto gratis, perché dovrebbero essere pagati tutti gli altri architetti o ingegneri? Intanto è morto Enzo Boschi, ieri l’Etna, uno dei nostri dieci vulcani attivi, ha riattivato una faglia vicino Catania e provocato danni e sfollati, e Camerino, antico e nobile ducato, è tutta una zona rossa: qui le famose ruspe sono ferme perché non si sa dove e come spostare le macerie, mentre qui sarebbero assai più utili che nei campi rom per far partire i lavori nella città svuotata e demoralizzata.

Di più su questi argomenti: