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La manovra rischia di essere incostituzionale?

Il Pd prepara il ricorso alla Consulta per violazione dell'articolo 72. I dubbi dei giuristi sulla possibilità che venga accolto. Parlano Clementi, Guzzetta e Pinelli

27 Dicembre 2018 alle 19:42

Ricorso

I deputati del Pd al Senato durante l'approvazione della manovra (Foto Imagoeconomica)

Il Pd ha convocato una manifestazione fuori da Montecitorio sabato 29 dicembre, il giorno in cui con il voto dell'Aula la Manovra diventerà ufficialmente legge dello stato. Ma la battaglia non si esaurirà lì perché, nel frattempo i democratici hanno anche annunciato che presenteranno un ricorso alla Consulta per la violazione dell'articolo 72 della Costituzione, che prevede “l'esame di una Commissione e poi della Camera stessa, e l'approvazione articolo per articolo per ogni disegno di legge”. 

 
Intervenendo in commissione Bilancio il deputato del Pd Stefano Ceccanti, docente di diritto costituzionale, ha spiegato che “l'articolo non è stato rispettato al Senato.... C'è stata una differenza di poche ore tra il momento in cui l'emendamento è stato reso noto dal governo e il voto effettivo dell'Aula”. Ecco quindi la decisione di procedere con il ricorso.

 

Anche se i giuristi, concordi sul fatto che l'articolo 72 è stato violato, hanno qualche dubbio sull'iniziativa del Pd. “La Consulta non accetterà il ricorso perché un partito (il Pd ndr) non è un organo dello stato, e quindi non può presentare ricorso alla Corte costituzionale –  spiega al Foglio Cesare Pinelli, docente di Diritto pubblico alla Sapienza –. Tuttavia, c'è stata una violazione palese dell'articolo 72: le commissioni al Senato non hanno discusso nulla”. Una tesi condivisa anche dall'ex presidente della Consulta, Ugo De Siervo, secondo il quale, nonostante il governo abbia violato le regole, il ricorso del Pd non può essere accolto.

 
Insomma l'ostacolo più grande sembra essere quello di dimostrare che il gruppo parlamentare del Pd è un organo dello stato. Una missione che secondo Francesco Clementi, docente di Diritto Pubblico all'Università di Perugia e tra i promotori del ricorso, non è affatto disperata. “Il conflitto tra poteri dello Stato è risolto dalla Corte costituzionale se insorge tra organi competenti a dichiarare la volontà del potere – spiega al Foglio –. Nel nostro caso, a presentare il ricorso è un decimo dei parlamentari di un gruppo, essendo questo il numero previsto dall’articolo 94, comma 5 della Costituzione per attivare la mozione di sfiducia, che rappresenta un potere ultimativo per rompere il rapporto tra il governo e il Parlamento. Per cui, il ricorso è di una quota di un gruppo parlamentare, non di un partito. Se fosse un partito, ci sarebbero gli estremi certi per la bocciatura, nonostante la Consulta nel tempo abbia allargato molto la platea di chi può presentare i ricorsi”. L'obiettivo dei promotori è quello di intervenire “prima della firma del presidente della Repubblica, che non va coinvolto. Il problema è nei rapporti tra il governo e il Parlamento”.


Secondo Giovanni Guzzetta, docente di Diritto Pubblico a Tor Vergata, “ci troviamo in un terreno ignoto, i margini per l'ammissibilità del ricorso ci sono. I gruppi parlamentari sono menzionati dalla Costituzione come articolazioni delle Camere”. Ma al di là dei tecnicismi, il giudizio della Consulta è soprattutto una questione politica. Pinelli spiega che “la bocciatura della manovra è quasi impensabile perché metterebbe in discussione l'intera architettura finanziaria dell'Italia. È più plausibile che vengano messi in discussione alcuni provvedimenti specifici. Ma questa non sarebbe certo una novità”. Già molti esperti, infatti, hanno scritto che gli interventi sulle cosiddette “pensioni d'oro” presentano alcuni profili di incostituzionalità.

 

Per Clementi “il punto non è cosa farà la Corte Costituzionale. Il problema è che siamo arrivati all'anno zero del parlamentarismo”. Anche per Guzzetta la procedura di voto sulla manovra “è stata un'aberrazione”. Tuttavia, secondo il costituzionalista “c'è una grande continuità tra il governo Conte e i governi precedenti, perché tutti hanno avuto il vizio di scavalcare il Parlamento. Il segno è stato passato mille volte negli ultimi anni. L'utilizzo dei maxiemendamenti viene ormai dato per scontato, ma non dovrebbe essere così. Certo, stavolta c'è stato un peggioramento, perché oltrepassare le prerogative del Parlamento sulla legge di Bilancio è ancora più grave”.

Gregorio Sorgi

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Commenti all'articolo

  • Chichibio

    30 Dicembre 2018 - 12:12

    Ma il Presidente Mattarella non ha nulla da obiettare a proposito della palese violazione dell'Art. 72 ?

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