cerca

Vaccini contro l’opposizione barzelletta

L’Italia non ha bisogno di un’opposizione suicida ma di una “coalition of the willing” capace di mettere a nudo la truffa sovranista. Le tre gravi anomalie da superare (scissioni no, grazie) per non rimanere senza acqua nel deserto populista

Claudio Cerasa

Email:

cerasa@ilfoglio.it

7 Dicembre 2018 alle 06:02

Vaccini contro l’opposizione barzelletta

Foto Imagoeconomica

Doversi occupare dei problemi dell’opposizione in una fase storica in cui l’opposizione dovrebbe far notizia solo per la sua abilità a mollare sberle micidiali contro il governo più pericoloso mai avuto in Italia dal Dopoguerra a oggi, è come trovarsi senza più acqua in mezzo a un deserto e scegliere di investire le proprie energie sul modo migliore per spaccare in due i granelli di sabbia: non proprio una grandissima prova di saggezza. Eppure quando una democrazia liberale viene aggredita dagli sfascisti nei suoi valori non negoziabili, avere a cuore il futuro dell’opposizione, anche quando l’opposizione passa buona parte del proprio tempo a spaccare in due i granelli di sabbia, significa avere a cuore il futuro del proprio paese. E visto e considerato il fatto che il governo del cambiamento è destinato a essere messo presto k.o. dalla forza dei fatti e dalla sua sempre più evidente incompatibilità con la realtà, provare a comprendere con chiarezza cosa c’è che non funziona nelle opposizioni può essere un modo utile per capire quali sono le anomalie di cui si dovrebbe occupare una classe dirigente intenzionata a fuggire presto da un deserto senza acqua.

   

In Italia, oggi, quando si parla di opposizione ci sono almeno tre anomalie che meritano di essere messe a fuoco. La prima, al contrario di quello che si potrebbe credere, non riguarda il partito progressista italiano, che in fondo continua a viaggiare in tutti i sondaggi intorno a cifre simili a quelle degli altri partiti progressisti europei, ma riguarda il dramma di un partito conservatore che ha scelto di suicidarsi diventando una costola immobile del partito sovranista. La crescita esponenziale della Lega non dipende solo dall’abilità del Capitano ma anche dal fatto che il partito che dovrebbe mettere ogni giorno a nudo la pericolosità del progetto sovranista, piuttosto che provare a essere alternativo, occupandosi una volta per tutte dell’eredità di Berlusconi e della ricerca di un progetto più accattivante rispetto alla proposizione dello spirito del ’94, ha scelto di essere complementare. La seconda anomalia, naturalmente, riguarda il Partito democratico; al di là del comico tema della scissione-non scissione, ci arriviamo, il punto da mettere a fuoco è l’incapacità mostrata finora dal ceto politico del Pd di usare uno schema diverso rispetto a quello degli anni Novanta – rifacciamo i Ds e la Margherita, oh yes – e di costruire un congresso discutendo non del passato, ovvero di Renzi, ma del futuro, e dunque dell’alternativa. La vera anomalia oggi è questa, ed è un’anomalia che si sviluppa all’interno di un’altra grande anomalia: l’incapacità o forse l’impossibilità delle opposizioni di accettare fino in fondo la nuova divisione del mondo. In un paese normale, dotato di giusti meccanismi elettorali, la formazione al governo di un blocco politico sovranista devoto ai princìpi della chiusura avrebbe portato le opposizioni devote ai princìpi dell’apertura a ritrovarsi in qualche modo unite all’interno di un unico contenitore. La vittoria del No al referendum del 4 dicembre 2016 ha reso però impossibile la nascita di un cosiddetto partito della nazione: il risultato è che oggi, di fronte alla fine di ogni sogno maggioritario, la frammentazione non può più essere intesa come una sciagura ma, in assenza di nuove leadership carismatiche, come un’opportunità. In altri tempi, e in altri contesti, si sarebbe forse chiamata una “coalition of the willing” ma di fronte alla trasformazione forse inevitabile del Pd in un soggetto socialdemocratico è abbastanza oggettivo riconoscere che esistono diverse domande elettorali alternative a quelle dell’opposizione e a quelle del governo che in presenza di un’offerta decente potrebbero essere adeguatamente soddisfatte. Esiste uno spazio politico legato alla difesa di un ambientalismo non cialtrone interessato più alla difesa del futuro che alla difesa del passato che prima o poi qualcuno avrà il dovere di presidiare e che non è detto che non venga presidiato un giorno da un Beppe Sala. Esiste uno spazio politico legato alla difesa della cultura liberale ed europeista che prima o poi qualcuno avrà il dovere di presidiare e che non è detto che non venga presidiato un giorno da un Carlo Calenda. Esiste uno spazio politico trasversale legato alla valorizzazione delle esperienze di governo nelle piccole e grandi città italiane che non è detto che non venga presidiato un giorno dai molti sindaci indipendenti che stanno sperimentando sulla propria pelle i danni creati dai governi in fuga dalla realtà.

   

In un’epoca proporzionale la frammentazione può diventare un valore aggiunto nella misura in cui i satelliti riescano a diffondere nella galassia un segnale aggiuntivo e non sovrapponibile a quello già esistente. E la ragione per cui una scissione di Matteo Renzi dal Pd sarebbe sbagliata, non è legata solo al fatto che, come avrebbe detto un tempo l’ex segretario, quando si perde non si scappa via con il pallone, ma è legata a un problema più profondo: la frammentazione diventa un punto di forza se le proposte sono supplementari a quelle già esistenti, ma diventa un punto di debolezza se le proposte supplementari diventano doppioni di quelle che già esistono. L’Italia non ha bisogno di un’opposizione che faccia l’opposizione all’opposizione – e neppure di un’opposizione che faccia opposizione promettendosi di allearsi un domani con chi si trova oggi al governo – ma ha bisogno di un’opposizione capace di mettere a nudo la truffa sovranista. Al governo una barzelletta c’è già. Averla anche all’opposizione forse sarebbe un po’ troppo. Un vaccino c’è, basta solo volerlo: che aspettate?

Claudio Cerasa

Claudio Cerasa

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    07 Dicembre 2018 - 20:08

    Caro Claudio - Lucido Cirino Pomicino: “Si profila un passaggio di potere a favore dell’oriente determinato da un modello di una economia di mercato con un sistema politico autoritario.” Unico dubbio: il modello RPC che in 25 anni ha portato la Cina al vertice mondiale, è esportabile, riproducibile in Europa, da noi, poi? Domun imus: quello che tu auspichi ha senso, sarebbe necessario, utile, un segnale fecondo. Il nodo è che per ora non ci sono i presupposti culturali, sociali, politici, economici che possano sfociare, se non a parole, in quel “ramblessement” che potesse sostituire il governo attuale e poi, non una sinecura, sopportarne l’opposizione: senza ridividersi. Non so quanto possa essere possibile, l’ottimismo non ha limiti, ma c’è solo il nucleo elettorale del “centrodestra amministrativo”, sempre vincente dopo il 4 marzo. Proprio no? Salvini? Un falso problema. mediaticamente gonfiato.

    Report

    Rispondi

Servizi