A Milano un nuovo murale dell'artista TvBoy intitolato 'La guerra dei social' con Luigi Di Maio e Matteo Salvini (foto LaPresse)

Perché la Lega fa già i conti su quanti grillini seguirebbero Di Maio

Valerio Valentini

Scenari, ipotesi e piani B. Non succede, ma intorno a Salvini ci si prepara anche alla rottura tra Fico e il “Gigio magico”

Roma. Prima se lo chiedevano tra loro, nei conciliaboli riservati. Quindi hanno cominciato a interpellare i cronisti del Transatlantico. Infine l’hanno rivolta ai diretti interessati, la domanda fatidica: “Ma in caso di rottura, quanti sarebbero i grillini che rimarrebbero comunque legati a Luigi Di Maio?”. E’ su questo che da tempo i leghisti vanno interrogandosi, e con più insistenza da quando gli scricchiolii nel Movimento si sono fatti più allarmanti, più imminente la prospettiva del crollo. E a quel punto, riflette chi nel Carroccio è abituato a far di conto per far tornare i conti in Parlamento, cosa faranno le pattuglie a cinque stelle? La dissidenza per ora è un fatto circoscritto a una ventina tra deputati e senatori, tra loro peraltro neppure troppo coordinati: in cinque, a Palazzo Madama, sono prossimi all’allontanamento, e poi ci sono alcune delle “supercompetenze” elette negli uninominali che sempre meno sopportano il dirigismo del Gigio magico.

 

L’ala vicina a Roberto Fico, però, potrebbe rivelarsi più numerosa del previsto, specie a Montecitorio: e la discussione sul dl sicurezza farà senz’altro emergere nuovi malumori. “Quelli là – raccontano, con sdegno evidente e una volontà di mascariamento camuffata senza neppure troppa convinzione, i fedelissimi campani di Di Maio – hanno ben altri interessi, che non il rispetto dei valori del Movimento. Hanno già un accordo di massima con Luigi De Magistris: un’intesa che passa dalla scelta del commissario di Bagnoli fino alla candidatura del sindaco di Napoli alle regionali del 2020”. Una nuova piattaforma di movimentismo sinistrorso, insomma. Una soluzione che Di Maio non prende neppure in considerazione. Lui, insieme a Davide Casaleggio, vagheggia anzi una Dc a cinque stelle. Un partito peronista e centrista insieme. Un partito, cioè, che faccia dello stare al governo il suo unico elemento identitario. E non a caso, i ribelli che rivendicano di essere, proprio loro, i difensori dei princìpi statutari del M5s, Stefano Buffagni li liquida dicendo che “noi abbiamo da tenere in piedi i conti del paese”.

 

E però l’unico modo che Di Maio ha per restare al governo, come Salvini ha spiegato ai suoi, è di aggrapparsi sempre più alla Lega. Ma fino a quando potrà stringersi al Carroccio senza scatenare la rivolta interna al M5s? Ed ecco allora la domanda che ritorna, quella che i leghisti si pongono, e pongono, sempre più di frequente: “Quanti sarebbero i fedelissimi di Di Maio, se salta tutto?”. E l’interrogativo resta ancora a mezz’aria, in Transatlantico, non assume ancora – in questa fase in cui, come dice un ministro grillino, “è tutto falso e tutto è vero” – la consistenza che lo farebbe precipitare sui tavoli dei vertici di governo a Palazzo Chigi. Ma all’indomani delle europee, quando Salvini dovesse forzare la mano per ottenere un rimpasto, troverebbe allora una immediata, concretissima risposta. 

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