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Il partito dei fatti è l'unico antidoto contro il falso quotidiano del populismo

Claudio Cerasa

Con molte lacrime di coccodrillo, sta nascendo finalmente un’opposizione nel mondo dell’informazione contro i professionisti del rancore. Dal caso Cottarelli alla svolta di alcuni giornali. Perché i numeri sono i peggiori nemici dei populismi in fuga dalla realtà

I primi quattro mesi del governo populista ci dicono che anche se l’opposizione politica fatica ancora a prendere una forma definita c’è un’opposizione non politica che dall’inizio della legislatura è diventata il principale nemico di Luigi Di Maio e Matteo Salvini: il PdF. Il PdF è il partito che i due vicepremier denigrano, insultano, offendono, ingiuriano, delegittimano ogni volta che si ritrovano a ricevere delle critiche circostanziate da istituzioni come la Banca d’Italia, la Banca centrale europea, il Fondo monetario, l’Abi, Confindustria, la Ragioneria di stato, l’Inps, l’Ufficio parlamentare di bilancio, l’Abi, le agenzie di rating, e il filo conduttore che tiene insieme tutti i soggetti che abbiamo elencato è uno ed è sintetizzabile con il nostro acronimo. PdF. Ovvero sia: il Partito dei Fatti. Di fronte a una critica circostanziata basata sui numeri, il partito dello sfascio ha la naturale necessità di delegittimare il Partito dei Fatti e se chi non ama il governo del cambiamento si basasse solo sul Partito dei Fatti avrebbe molta carne da mettere al fuoco per cucinare una buona e gagliarda opposizione. Il dato significativo da registrare oggi non riguarda però l’opposizione fredda dei tecnici che ogni giorno infieriscono sull’incompetenza del cambiamento. Riguarda qualcosa di più: una forma di opposizione più calda e interessante che con un certo ritardo e con molte lacrime di coccodrillo sta maturando all’interno del mondo dell’informazione.

 

Poche settimane fa è stata Lucia Annunziata sull’Huffington Post a essersi autodefinita con ironia “una deficiente” per aver sottovalutato nel passato la carica di pazzia contenuta nel dna populista e seppure con toni diversi dall’Annunziata nelle ultime settimane il Partito dei Fatti è stato affiancato da un vivace Partito dei Pentiti rappresentato da un pezzo importante dell’informazione italiana. Il ragionamento vale per un giornale come Repubblica, che dopo aver dato un buon contributo negli ultimi venticinque anni alla proliferazione dello stesso moralismo giustizialista e benecomunista a cui ha attinto il Movimento 5 stelle, e dopo aver suggerito per anni al Partito democratico di allearsi con il movimento di Grillo, oggi si trova fieramente all’opposizione del governo dello sfascio. Il ragionamento vale anche per un giornale come la Stampa, che al Movimento 5 stelle e alla Lega in realtà non ha mai fatto sconti. Vale anche per un giornale come il Sole 24 Ore, più timido di un tempo nel formulare critiche al governo ma che con Sergio Fabbrini ogni domenica riscatta pienamente l’ingresso in squadra di Marcello Minenna. Vale anche per il Giornale di Alessandro Sallusti, che si è persino scusato con i suoi lettori per aver fatto crescere sul suo giornale volti simbolo del pensiero populista come Claudio Borghi e Marcello Foa. E vale anche per il Corriere, che dopo aver scommesso in modo esplicito sulla svolta moderata del Movimento 5 stelle – nel suo ultimo libro il direttore del Corriere aveva mostrato fiducia nell’evoluzione del M5s a guida Luigi Di Maio: la sua è “una mutazione genetica, almeno nelle intenzioni dell’aspirante leader, di linguaggio, programma e prospettiva, che chiude nel sottoscala del movimento la rivoluzione e le scie chimiche” e i grillini di governo “del populismo incarnano forse la versione più pura, non inquinata dall’estremismo di destra e dal nazionalismo che dominano formazioni simili a livello europeo” – oggi ha scelto di cambiare traiettoria e di valorizzare i suoi editorialisti più critici con il governo, da Francesco Giavazzi ad Alberto Alesina passando per Angelo Panebianco e Sabino Cassese.

 

Sarà pure tardi, conterà pure poco, forse la frittata è stata già fatta, ma il Partito dei Fatti, unico vaccino contro il partito dei falsi quotidiani, ogni giorno offre qualche piccolo segnale di movimento e di vivacità ed è giusto oggi elogiarlo.

 

Vale per alcuni giornali, vale anche per il tentativo di Mediaset di riparare agli errori del passato, al modo in cui è stata spesso una cassa di risonanza acritica della retorica salviniana, vale anche per la tv di Cairo che dopo aver contribuito a far esplodere il pensiero sovranista oggi arriva a fare picchi di ascolti ospitando Mario Monti, 8,4 punti di share con Lilli Gruber il 9 ottobre. Ma vale anche per un altro caso che più che essere denunciato andrebbe forse elogiato e quel caso riguarda l’esperimento portato avanti in prima serata da Fabio Fazio a “Che tempo che fa”. Ai tempi di Berlusconi, e non solo, anche Fabio Fazio è caduto nella tentazione di giocare con il ventilatore del moralismo per valorizzare voci critiche con i politici del passato ma la scelta di trasformare il duro Carlo Cottarelli in un’icona della sua trasmissione è la spia di un atteggiamento che merita di essere esaltato.

 

Negli ultimi giorni, molti quotidiani in sintonia con il cambiamento populista hanno urlato allo scandalo per via del gettone ricevuto da Cottarelli (fake news) per le sue partecipazioni da Fazio (Cottarelli viene ascoltato ogni puntata da circa 3,9 milioni di persone, mica male) e un deputato del Movimento 5 stelle, Gianluigi Paragone, giornalista, ha denunciato lo scandalo della presenza di Cottarelli in televisione con le seguenti parole: “Mi sembra che Fazio voglia fare con questa omelia della domenica di Cottarelli un lavaggio del cervello agli italiani per convincerli che le manovre di un governo populista facciano male. E non c’è neppure un contraddittorio!”. Le parole di Paragone contro Cottarelli, così come quelle di Di Maio contro l’Inps di Boeri, così come quelle di Salvini contro la Banca centrale europea, sono lì a dimostrare che di fronte al PdF, al Partito dei Fatti, per fortuna la tv non è fatta solo dalla Giletti Associati, e l’unica arma che i populisti sovranisti possono utilizzare è quella della criminalizzazione del dissenso. E se il Partito dei Fatti volesse lavorare per equilibrare le verità alternative veicolate dal fronte sfascista avrebbe forse il dovere di fare un passo in avanti e valorizzare un altro soggetto che promette di dare qualche dispiacere al partito del rancore: il sindacalista Marco Bentivogli.

 

L’egemonia populista esiste, ed è un fatto, ma la presenza di qualche piccolo e prezioso segnale di resipiscenza è un altro fatto che non può essere ignorato e che ci permette di essere ottimisti e di non pensare che molte delle lacrime che scorrono oggi in tv e sui giornali sono purtroppo lacrime di coccodrillo. E se l’Italia è l’unico grande paese al mondo in cui vi è non uno ma due partiti populisti forse la ragione è che l’Italia è anche l’unico paese dove l’élite ha scoperto la pericolosità del populismo non prima ma dopo le elezioni.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.