Deficit e barbarie

Luciano Capone

Così il governo dei due premier (Di Maio e Salvini) ha sbriciolato l’argine che va da Draghi a Mattarella

Roma. Il vertice di governo che ha fissato, all’unanimità, nella nota di aggiornamento al Def il deficit al 2,4 per cento fa chiarezza sugli equilibri all’interno dell’esecutivo. E sgombra il campo da un equivoco: non esiste alcun “partito dei tecnici” a riequilibrare la volontà politica – e il mandato elettorale – di Lega e M5s. Il commento che ha anticipato questa evidenza era arrivato, all’inizio di una giornata carica di tensione, dal sottosegretario leghista all’Economia Massimo Bitonci: “Nel governo ci sono due premier, che sono Salvini e Di Maio e poi ci sono i tecnici che devono trovare le soluzioni”. In effetti è andata proprio così, la volontà dei due premier ha piegato completamente le resistenze dei ministri tecnici voluti dal Quirinale.

    

Dopo la giornata di giovedì è evidente che il presunto argine ai “barbari” costruito dal Quirinale – composto dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria, e dal ministro degli Esteri, Enzo Moavero – si è sbriciolato. L’unica cosa che il presidente Sergio Mattarella è riuscito a fare è stata evitare le dimissioni del ministro Tria, che probabilmente avrebbero esasperato la reazione negativa dei mercati.

  

Oltre al Quirinale, l’altra istituzione che subisce un pesante schiaffo politico è la Banca centrale europea. Solo pochi giorni fa, parlando dell’Italia, il presidente Mario Draghi ha ripetuto due volte che gli interlocutori dell’Eurotower sono Conte, Tria e Moavero.

    

 

Nella conferenza stampa del 13 settembre, quella in cui Draghi disse sull’Italia che “le parole hanno fatto danni, adesso aspettiamo i fatti”, il presidente della Bce concluse con una nota di ottimismo: “Detto questo, dobbiamo essere sostanzialmente consapevoli del fatto che il primo ministro italiano, il ministro dell’Economia italiano e il ministro degli Affari esteri italiano hanno tutti affermato che l’Italia rispetterà le regole”. Dopo due settimane, quando si è passati dalle parole ai fatti indicando un deficit triplicato rispetto agli impegni previsti (2,4 per cento anziché 0,8) peggiorando così il disavanzo strutturale (dello 0,7 per cento), si è scoperto che i fatti erano le dichiarazioni incendiarie della maggioranza e le parole, invece, le rassicurazioni di Conte, Tria e Moavero.

      

Naturalmente il presidente della Bce gli interlocutori non se li è scelti per simpatia personale o politica, ma erano i rappresentanti istituzionali del nostro paese. Non erano però i rappresentanti della vera linea politica del vero governo, quello dei due premier Di Maio e Salvini. La loro sfida lanciata ai mercati e alle istituzioni europee gettando il deficit oltre l’ostacolo è sicuramente molto audace, ma rischia di essere molto controproducente. Una prima reazione negativa è arrivata dagli investitori e si è vista sullo spread e sulla Borsa, con l’innalzamento dei rendimenti dei titoli di stato e il crollo dei titoli bancari pieni di bond sovrani. Un contraccolpo peggiore potrebbe arrivare nelle prossime settimane se le agenzie di rating dovessero prendere atto del fatto che il merito di credito del nostro paese è più basso.

    

Ma ciò che è più preoccupante, in prospettiva, è il progressivo isolamento politico nell’Eurozona che va di pari passo con la volontà di intraprendere una politica economica divergente. Mentre tutti i paesi, soprattutto quelli ad alto debito, riducono il deficit e il debito pubblico l’Italia allarga il disavanzo e non pone il suo debito pubblico che è oltre il 130 per cento del pil – il più alto in Europa dopo la Grecia – su un percorso discendente. E questo “potrebbe indurre i mercati a ritenere che l’aggiustamento del bilancio non avverrà né ora né in futuro, il che potrebbe mettere in dubbio la sostenibilità del nostro debito pubblico”, commenta l’Osservatorio sui conti pubblici di Carlo Cottarelli.

     

La sfida aperta a Draghi priva inoltre il nostro paese di un importante alleato in Europa. La scelta di deviare deliberatamente dalle regole europee costringe infatti il presidente della Bce a non poterci aiutare, o comunque lo mette in condizione di non poter convincere gli altri paesi europei a farlo.

     

  

Oltre alle regole europee ci sarebbero poi anche quelle italiane da rispettare, in particolare l’articolo 81 della Costituzione che impone “l’equilibrio di bilancio” da cui si può deviare solo “al verificarsi di eventi eccezionali”. Gli eventi eccezionali, che consentono uno scostamento dagli obiettivi programmatici “sentita la Commissione europea”, sono secondo la legge “periodi di grave recessione economica relativi anche all’area euro” oppure “gravi crisi finanziarie nonché gravi calamità naturali”. Non è questo il caso: l’economia cresce (poco) in Italia e (il doppio) in Europa, inoltre non ci sono gravi calamità (a parte il crollo del ponte di Genova, la cui ricostruzione però il governo assicura non graverà sui conti pubblici bensì su quelli di Autostrade). In passato i governi Renzi e Gentiloni hanno votato risoluzioni per avere più flessibilità – in accordo con la Commissione – usando come eventi eccezionali i terremoti o la crisi dei migranti. Questa volta sarà più complicato, anche perché fissando il deficit al 2,4 per cento fino al 2021, il governo dovrà spiegare in anticipo quali saranno gli “eventi eccezionali” dei prossimi tre anni. Ma su questo vale quanto detto dal sottosegretario Bitonci: “I due premier Di Maio e Salvini decidono, i tecnici devono trovare le soluzioni”.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali