I populisti aggrediti dalla realtà. Spasso

Claudio Cerasa

Ilva, Tap, vincoli, vaccini, Libia. La svolta di Salvini e Di Maio c’è, le ragioni per esultare, no. Quanto sono costate all’Italia le chiacchiere sfasciste e perché un governo che trasforma la normalità in eccezione è un pericolo per il nostro paese

Per capire il genere di approccio scelto da Matteo Salvini e da Luigi Di Maio per condurre il paese verso la prossima legge di Stabilità, bisogna fare uno sforzo di fantasia e immaginare un pilota su una macchina da corsa che sceglie di gareggiare contromano, e con gli occhi bendati, e che una volta arrivato in prossimità del traguardo, alla guida di una vettura ormai gravemente danneggiata, mostra inspiegabilmente un grande entusiasmo per essere riuscito ad arrivare vivo alla fine di una gara.

 

L’immagine del pilota bendato che riesce miracolosamente ad arrivare al traguardo dopo aver provato senza ragione a mettere a rischio la propria vita, e a distruggere la propria macchina, ci aiuta a inquadrare un tema importante che costituisce forse la novità più gustosa di questa fase politica vissuta dal nostro paese: lo scontro improvviso del governo populista con il principio di realtà. Negli ultimi due giorni, Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno scelto di adottare un linguaggio più prudente sul tema dello sforamento del deficit, sul tema del rispetto dei vincoli europei, sul tema del Gasdotto transadriatico, sul tema dell’Ilva, sul tema dei vaccini, sul tema della Libia. E nel giro di pochi mesi, il governo del cambiamento, con un cambiamento del programma di governo, è passato, nell’ordine, dal “voler sfiorare il tre per cento” al “voler sfiorare il due per cento”, dal voler “ridiscutere i trattati dell’Unione europea” al voler governare “rispettando i vincoli europei”, dal “voler trasformare l’Ilva in un parco pubblico” al considerare l’Ilva un asset strategico, dal “voler chiudere il Tap” al riconsiderare l’urgenza di un accordo sul Tap, dal voler sostenere in Libia i ribelli anti Serraj al considerare i ribelli anti Serraj un pericolo per la stabilità dell’Italia, dal voler mandare a scuola i bambini anche non vaccinati al non voler mandare più a scuola i bambini non vaccinati.

 

Di fronte ad alcuni oggettivi cambiamenti del governo del cambiamento ci sarebbe da essere fiduciosi sul fatto che in un modo o in un altro la realtà alla fine non può che essere considerata tale anche da politici irresponsabili, poco capaci e poco competenti. Ma prima di esultare per essere arrivati vivi al traguardo bendati bisognerebbe chiedersi in che stato si trova oggi la carrozzeria della macchina-paese. E qui le cose si complicano di molto, se si considerano i molti effetti negativi generati dalla spazzatura economica messa in circolo dai populisti negli ultimi mesi, che solo grazie alla forza delle proprie parole e delle proprie promesse sono riusciti a sputacchiare su ogni principio minimo dello stato di diritto, sono riusciti a generare incertezza, sono riusciti a criminalizzare gli imprenditori, sono riusciti a mettere in fuga miliardi di investimenti stranieri, a far alzare a livelli da record i rendimenti dei Btp, a scaricare sulla prossima legge di Stabilità il costo relativo all’innalzamento degli interessi dei titoli di stato, a far crollare del dieci per cento i valori della Borsa italiana. Si potrebbe gioire per il fatto che la macchina sia a un passo dal traguardo nonostante sia stata volontariamente mandata contro ogni guardrail possibile ed è giusto gioire per il fatto che la prossima settimana, per esempio, non sarà sufficiente un’autocertificazione sui vaccini per iscrivere un figlio a scuola. Ma avere un paese guidato da un governo che prova ogni giorno a capire sulla nostra pelle fino a che punto può spingersi in avanti con la sua retorica sfascista – e avere un paese che in ultima analisi riesce a essere credibile solo quando trasforma il suo programma di governo in carta straccia – non è una buona ragione per osservare i prossimi mesi con fiducia, spensieratezza e ottimismo. Ennio Flaiano diceva che in Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco. Ma se lo scrittore abruzzese avesse modo di osservare l’Italia di oggi si renderebbe conto che il governo populista ha introdotto una pericolosa novità: far diventare improvvisamente la normalità, e il rispetto del principio di realtà, un’eccezione alla regola della follia sovranista. In Italia oggi la linea più breve tra due punti non coincide con l’arabesco ma coincide con un’autostrada imboccata contromano da un pilota bendato. Non c’è da fidarsi, c’è solo da ribellarsi.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.