Roberto Fico (foto LaPresse)

Fico, 'sto Pd

Valerio Valentini

Così i grillini “di sinistra” negano qualsiasi dialogo coi dem. Parlano Nugnes, Mantero, Colletti e Fattori

Roma. Matteo Mantero, con la laconica sbrigatività che gli è consueta, la questione la liquida così: “Non ci credo manco se lo vedo”. Il senatore savonese, grillino duro e puro, al secondo mandato dopo quello trascorso a Montecitorio dal 2013 al 2018, quando gli si dice della suggestione che è tornata ad animare la fantasia di qualche dirigente del Pd – quella, cioè, di un dialogo proficuo tra una parte dei democratici e l’ala “di sinistra” del M5s – trattiene a stento una risata. E certo lui a quell’ala di sinistra, ammesso che certi termini abbiano senso per identificare le anime dei gruppi parlamentari grillini, appartiene eccome; e di quest’alleanza con la Lega è senz’altro tra i meno entusiasti, lui che lo ha perfino dichiarato ufficialmente di avere detto “no” al contratto di governo messo ai voti su Rousseau il 18 maggio scorso. E però, quando gli si parla di una eventuale intesa col Pd, si limita a dire che “per le congetture non sono portato”, e che dunque il tutto gli sembra assai “impossibile”.

 

E insomma se qualche applauso di circostanza strappato dal presidente della Camera alla platea sconsolata della Festa dell’Unità di Ravenna è bastato a dare nuova sostanza all’ipotesi di chi vuole “normalizzare il M5s” parlando coi suoi esponenti “più ragionevoli”, il paradosso è che siano proprio loro, i grillini dissidenti, i seguaci più o meno dichiarati di Roberto Fico, a ridicolizzare l’ipotesi di una qualche forma di convergenza col Pd. “Quale Pd?”, chiede polemicamente Paola Nugnes, senatrice campana. E’ lei la fichiana più ortodossa, quella che tante volte ha fatto sentire la sua voce di dissenso rispetto alle derive verticistiche del M5s guidato da Luigi Di Maio; ma quando le si chiede un giudizio sui Franceschini e sui Fassino, sugli Orlando e sui Zingaretti e sulle loro varie gradazioni di entusiasmo filo-grillino, commenta così: “C’è un Pd nell’immaginario collettivo, di pochi ancora, identificato con un ‘centro sinistra’ che non esiste, e c’è il Pd che abbiamo avuto modo di vedere e conoscere da vicino noi tutti che abbiamo seguito da vicino le riforme degli ultimi anni, comprese quelle non andate in porto come la modifica della Costituzione. Riforme sul lavoro, sulla scia di privatizzazioni che hanno portato avanti liberismo e aperto a dismisura la forbice sociale. E’ questo il Pd che ci chiede un dialogo? Oppure è il Pd – prosegue, stentorea – che ha lasciato la gestione degli immigrati e dell’accoglienza alle mafie? O ancora il Pd di Minniti, quello della sicurezza urbana fatta di segregazioni e respingimenti? Il Pd degli accordi economici con la Libia?”. E insomma no, non sembra il caso d’insistere.

 

Eppure è bastato che il presidente della Camera – dissenziente spesso silenzioso, quasi sempre restio alla battaglia interna e per di più ingessato in un ruolo istituzionale che lo rende politicamente inoffensivo – esprimesse la sua contrarietà nella gestione del caso Diciotti, invocando una soluzione umanitaria per i migranti a bordo della nave trattenuta nel porto di Catania, per riaccendere la speranza un poco ingenua, un poco disperata, di qualche capocorrente del Nazareno: fare esplodere le contraddizioni del governo proprio facendo leva sui fichiani. C’è stato perfino chi, come il politologo Piero Ignazi, già a inizio agosto invitava il Pd ad “aprire un dialogo con quella parte dei grillini che si rifanno alla tradizione progressista di Roberto Fico”. “Un dialogo non lo vedo proprio”, dice Andrea Colletti, deputato tra i più critici in questa fase verso la leadership di Di Maio. “Una convergenza tra noi e il Pd non mi smebra proprio fattibile. Convergenza su cosa, poi?”. Ed ecco che allora l’ipotesi di un ribaltone scade subito nella categoria della “fantapolitica”, e di fronte allo scenario di una rottura dell’alleanza grilloleghista, magari proprio per l’insofferenza dei “fichiani”, Colletti spiega che “semmai si tornerà al voto”.

 

Elena Fattori è ancora più diretta: “Che ci facciamo con un partito in estinzione?”, dice riferendosi al Pd. “Bisognerebbe piuttosto far risorgere il vero Movimento nei suoi principi e valori fondanti”. La senatrice laziale, che non ha avuto remore né nello sfidare Di Maio alle giginarie dello scorso autunno, né di opporsi apertamente alle scelleratezza antivacciniste dei suoi colleghi parlamentari, non è affatto sicura che il governo abbia davanti a sé un destino lungo e pacifico: “Dipende – spiega – da come viene gestito il contratto e da come si riusciranno a prendere le misure all’alleato di governo. Se il M5s riesce a portare avanti le battaglie storiche su legalità, servizi pubblici, anticorruzione e partecipazione e se si impegna in una comunicazione efficace sui contenuti può farcela a uscire dall’omologazione. Ma deve anche ristabilire un dibattito parlamentare e sui territori che finora è stato assente . Non basta una piattaforma informatica senza un approfondimento e un confronto”. E in caso di fallimento dell’esecutivo, magari dopo le elezioni europee del 2019? “In quel caso si andrebbe verso una sfida diretta, frontale, tra noi e la Lega. Un bipolarismo tutto nuovo, in cui comunque, credo, il Pd non giocherà alcun ruolo rilevante”. 

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