Essere neutrali oggi significa aver deciso da che parte stare

Claudio Cerasa

Una ragione per essere ottimisti dinnanzi al Fronte Unico dell’Estremismo

O di qua o di là. In un passaggio del suo meraviglioso “Candido”, facendo dialogare il protagonista del libro con l’amico Cacambo, Voltaire, come molti ricorderanno, definisce l’essere ottimisti come la smania di sostenere che tutto va bene anche quando si sta male. L’insegnamento di Voltaire ci suggerisce dunque di non esagerare con l’ottimismo, specie in una fase storica in cui essere difensori dell’ottimismo è pericoloso quasi quanto essere a favore dei vaccini.

 

Eppure, nonostante la cupezza prodotta dalla losca cultura del regime sfascista, il governo più pericoloso mai avuto dall’Italia dal Dopoguerra a oggi, giorno dopo giorno, sta involontariamente offrendo agli ottimisti una ragione per non essere pessimisti rispetto al futuro. Sfortunatamente, la ragione dell’ottimismo non riguarda la possibilità di avere uno sguardo allegro e spensierato sul destino della nostra economia, ma riguarda qualcosa di più sottile e forse persino di più importante: la progressiva affermazione della società della scelta.

 

Il tema è importante e anche se spesso sembra sfuggire a coloro che dovrebbero rappresentare l’opposizione alla politica estremista non si può negare che la combinazione perfetta tra due culture anti sistema perfettamente simmetriche stia aiutando il nostro paese a scegliere da che parte stare su numerosi temi intorno ai quali in troppi avevano deciso per molto tempo di non stare da nessuna parte.

 

La questione dei vaccini è forse quella più clamorosa e anche grazie alle follie del governo gialloverde oggi non è più possibile balbettare, fischiettare, fare finta di nulla e avere una comoda posizione terzista: o si è a favore dei vaccini, e si sceglie così di impegnarsi per fare di tutto affinché anche i bambini più deboli siano protetti, oppure no (e non ribellarsi a chi permette di andare a scuola senza essere vaccinati, caro presidente Conte, è non ribellarsi a chi vuole mettere in pericolo la vita dei bambini più deboli). Il ragionamento vale quando si parla di vaccini ma vale anche quando si parla di altri temi. E se vogliamo, il vero merito di Salvini e Di Maio è quello di aver costretto il nostro paese a scegliere da che parte stare quando si parla di euro, quando si parla di Europa, quando si parla di Nato, quando si parla di flessibilità, quando si parla di protezionismo, quando si parla di immigrazione, quando si parla di democrazia, quando si parla di collocazione dell’Italia nel mondo.

 

Una forza politica capace di esprimere con chiarezza una visione alternativa a quella di governo ancora non c’è, o quantomeno non è matura. Ma il governo estremista, in fondo, ha già avuto sulla nostra mente un effetto di cui prima o poi tutti ci renderemo conto: eliminare il pigro approccio terzista di fronte ai temi che segnano l’identità di un paese e sostituire il “sì però” e il “ma il problema è un altro” con una posizione chiara. Voltaire forse ci criticherebbe per essere troppo ottimisti, ma non vogliamo credere che, in una fase storica dominata da politici incapaci di governare le proprie pulsioni estremistiche, ci sia qualcuno che abbia ancora il coraggio di non scegliere da che parte stare.

 

L’arrivo di Trump in America ha coinciso con uno stress test sulle virtù della globalizzazione. La vittoria della Brexit ha coinciso con uno stress test sulle virtù dell’Europa. Il rischio di uscita dall’euro da parte della Grecia ha coinciso con uno stress test sulle virtù della moneta unica. La vittoria italiana del FUE (il Fronte Unico dell’Estremismo) coinciderà sempre di più con uno stress test sui presunti benefici delle politiche votate alla chiusura. O si sta di qua o si sta di là (come hanno capito magnificamente i presidi italiani che si sono mobilitati per ribellarsi contro le pulsioni no vax del governo). Con la consapevolezza che mai come oggi non scegliere da che parte stare di fronte all’estremismo non significa essere neutrali, ma significa aver fatto una scelta precisa: quella di rinunciare a combattere una truce cultura sfascista che oltre a giocare con il futuro dell’economia ha scelto di giocare anche con il futuro dei nostri figli. Voi da che parte state?

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.