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La Lega in Campidoglio

Nasce il gruppo di Salvini a Roma. La destra più antica subisce l’opa leghista e parla di partito unico dopo le europee

Salvatore Merlo

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31 Luglio 2018 alle 06:17

La Lega in Campidoglio

Un cartello esposto durante una manifestazione della Lega a Roma, davanti al Campidoglio (foto LaPresse)

Roma. Annunciazione annunciazione, a Roma, in comune, nasce il gruppo consiliare che fa riferimento alla Lega. Non era mai accaduto, dalla fondazione del partito che fu di Umberto Bossi nel 1989. E a mezzogiorno, in una sala del Campidoglio che per sapienza del destino si chiama “sala del Carroccio”, si consuma così un piccolo evento, ma di notevole impatto simbolico e politico, che rende in una scintilla l’interezza di un tempo che sembra scaduto, forse inesorabilmente consumato nella destra che fu di Almirante e poi di Gianfranco Fini, quella destra che pensò di potersi fare liberale ed europea, europeista e dei diritti, e che adesso si collega invece al sovranismo, a Matteo Salvini, e al nuovo tempo delle felpe e delle ruspe al governo. “Salvini oggi è la destra italiana”, dice allora Maurizio Politi, trentatré anni, consigliere comunale che lascia Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia per aderire (anzi fondare) la Lega in Campidoglio, assieme ad altri undici consiglieri municipali, tutte figure note della destra romana, come Federico Iadicicco e Fabrizio Santori, qualche decina di migliaia di voti in città. “Vengo dalla militanza politica, provengo dalle giovanili di Alleanza nazionale”, dice Politi, che parla il buon italiano dei quadri cresciuti nelle scuole e nelle tradizioni di partito. “E certo mi fa impressione la Lega a Roma”, aggiunge. “Ma quella Lega, quella delle corna celtiche e del nativismo settentrionale non esiste più. Oggi la Lega è la destra: ha i nostri stessi valori, di noi che veniamo dalla tradizione del Msi. Ed è evidente che è qui che adesso dobbiamo stare”.

 

E d’altra parte non c’è solo un piccolo travaso di ceto politico, e di classe dirigente. Quello che si riconosce in controluce, proprio nel giorno in cui Giorgia Meloni annuncia di votare a favore di Marcello Foa, cioè del presidente della Rai indicato da Salvini, è una Opa ideologica della Lega nei confronti di tutta la destra, un’egemonia culturale alla quale nemmeno Meloni, che pure da Salvini ha subìto sgarbi e furti con scasso sin dai tempi della sua candidatura alle comunali di Roma, riesce a opporsi, pur forse volendolo (e infatti ieri la leader di FdI era a Verona, nella tana del lupo, ad ascoltare le voci preoccupate e in dissenso che dal nord-est produttivo si levano contro il decreto dignità). Ma sono mezze frasi, allusioni, come qualcuno, nel partito della Meloni, comincia a rimproverarle. “Noi dovremmo stare con il coltello tra i denti all’opposizione, tutti i giorni, a occupare i banchi del governo. La vera destra siamo noi. Noi. E invece…”, diceva qualche settimana fa in Transatlantico Walter Rizzetto, deputato friulano di Fratelli d’Italia. Insofferenze, timori, urla represse. Il 12 luglio, in Aula, a Montecitorio, Andrea Delmastro dava forse istintivamente la stura a questo senso d’impotenza, venendo quasi alle mani con il leghista Eugenio Zoffili, che lo provocava, irridendolo con grevità: “Voi di Fratelli d’Italia siete dei parassiti”, gli diceva. “Senza di noi non sareste nemmeno qui in Parlamento”.

 

E allora ieri, sulle scalette del Campidoglio, proprio accanto alla statua della Lupa, militanti ed eletti, giovani e meno giovani, tutti cresciuti o invecchiati nella destra romana, si scambiavano il saluto gladiatorio, quella stretta di avambracci che i postfascisti utilizzano ancora come un antico retaggio, tra polo Fred Perry e battute in romanesco bonario: “Ahò, domani tutti co’ a cravatta verde e la spilletta di ‘coso’… quello con lo spadone”, Alberto da Giussano. “Ma guardi che noi in Lombardia abbiamo preso settantasette amministratori a Forza Italia e un paio anche alla Lega”, dice Daniela Santanchè, quando le si racconta quello che succede a Roma. E in effetti Fratelli d’Italia resiste, anche nei sondaggi, guadagna qualcosa, e il vero dissanguamento è quello di Forza Italia arrivata al 7 per cento circa. Ma il partito della Meloni è continuamente sottoposto a un ricatto implicito: quello dello sbarramento, nella legge elettorale, che costringe alla coalizione, in caso di elezioni anticipate, con Salvini che detta evidentemente le regole. Fratelli d’Italia non è indipendente. Non può davvero rompere con la Lega, e ne subisce l’arrembanza. “Sono zen”, dice Giorgia Meloni ai suoi amici, intendendo che bisogna aspettare e che “il momento dell’azione verrà”. Mentre altri sussurrano che Salvini avrebbe in animo di rompere con Luigi Di Maio dopo le europee del 2019. E allora il voto non sarebbe così lontano. Che succederà? “Finisce che anche Giorgia entra nella Lega”. O in un nuovo soggetto politico, federato da Salvini. La nuova destra. Ma chissà.

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Commenti all'articolo

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    31 Luglio 2018 - 14:02

    Merlo si rocorda male, la Meloni alle comunali 2016 subì sgarbi solo da Berlusconi, che le preferì prima Bertolaso e poi Marchini, col risultato di far eleggere la Raggi. All'epoca Salvini, che sosteneva la Meloni, non aveva il consenso odierno, anzi veniva pure irriso per il "fallimento" della lista "Noi con Salvini" (che prese comunque più voti di FI). Ma come si vede il tempo è galantuomo

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