Perché una sfida Minniti-Zingaretti può togliere la museruola al Pd

Claudio Cerasa

Il suicidio plastico dell’opposizione è nascosto in tre scelte scellerate: rassegnarsi a essere solo “anti”, rottamare il passato riformista e avvicinarsi alle elezioni senza un leader. E’ il momento di reagire e svegliarsi

Il tema in fondo è tutto lì e prima o poi bisognerà scegliere che cosa fare: vivere da concorrenti o vivere solo per le correnti? Da qualche tempo a questa parte, nel dibattito pubblico italiano, la bocca del più importante partito dell’opposizione, ovvero il Partito democratico, sembra essere coperta da una museruola e nonostante la buona volontà di alcuni esponenti del Pd dopo sessanta giorni di governo gialloverde l’impressione è che l’opposizione italiana non abbia ancora messo a fuoco il principale rischio che corre oggi il nostro paese: l’affermazione di un bipolarismo composto non dai soggetti esterni al governo che si confrontano con quelli interni, ma da un soggetto interno al governo che si confronta con un altro soggetto interno. In altre parole: l’assenza duratura di un’opposizione non può che aiutare Salvini e Di Maio a realizzare il progetto di essere loro, direttamente, i due alfieri di un nuovo bipolarismo formato esclusivamente da partiti sovranisti e populisti. Il fatto che i due principali rivali del Movimento 5 stelle e della Lega, ovvero Pd e Forza Italia, cerchino di costruire un’opposizione lasciando intendere ogni giorno – chi implicitamente, chi esplicitamente – di essere pronti ad allearsi con i due partiti contro i quali stanno facendo opposizione non aiuta a definire il perimetro di una sana e robusta alternativa, ma il ragionamento che vale la pena mettere a fuoco oggi riguarda un partito che più degli altri avrebbe la possibilità e il dovere di far sentire la sua voce.

 

Al momento, un partito come Forza Italia, che potrebbe persino votare a favore di un presidente della Rai espressione pura del sovranismo complottista, non può avere grandi speranze di essere considerato la principale voce dell’opposizione non solo per questioni numeriche ma anche per questioni legate a una traiettoria politica: un partito alleato in tutt’Italia con uno dei partner del governo può realisticamente essere un vero competitor di questo governo?

 

Per il Pd, invece, il ragionamento dovrebbe essere diverso e mai come in questo momento il Partito democratico avrebbe l’opportunità (a condizione di non rottamare il suo passato riformista e di rinunciare al suo progetto di de-renzizzazione) di costruire un’offerta pubblica d’acquisto su tutto il pacchetto elettorale dell’opposizione. Eppure questo non succede. E la ragione la si può andare a ricercare in due problemi forse simmetrici: le parole che ancora non ci sono e i volti che ancora non ci sono.

 

Sul primo punto il tema è evidente e se vogliamo è il vero nocciolo del dramma dell’opposizione. Come si fa a essere alternativi se la propria identità viene declinata solo attraverso la politica dell’anti? Come si fa a creare un’alternativa al sovranismo, al nazionalismo, al populismo, all’euroscetticismo se l’alternativa tende ad autorappresentarsi semplicemente come una forza anti populista, anti sovranista, anti nazionalista, anti anti europeista? E come si fa a incarnare un’alternativa se quell’alternativa non riesce ad avere una parola per definire il suo essere alternativo? Condannare un’opposizione dopo appena sessanta giorni di governo è forse esagerato ed è possibile che quando l’autunno costringerà i populisti a doversi immergere nella vasca gelida del principio di realtà la museruola verrà messa da parte. Ma accanto al tema del “cosa” dire esiste anche un tema più delicato legato al “chi” avrebbe il dovere di dire qualcosa e su questo punto il dramma del Pd è ancora più evidente ed è legato a un pericoloso gioco di date nascosto in una formula birichina inserita nel testo approvato in assemblea il 7 luglio: “Per queste ragioni l’Assemblea nazionale avvia il percorso congressuale straordinario, i cui passaggi conclusivi verranno definiti dall’assemblea entro fine anno, in vista delle elezioni europee 2019”. L’incomprensibilità e la vaghezza di questo passaggio sono il vero dramma silenzioso e inconfessabile vissuto dal Pd ed è un dramma che coincide a un problema così sintetizzabile: ci si può permettere o no di eleggere un nuovo segretario del Pd prima delle prossime Europee? La logica porterebbe a dire che pensare di arrivare a un’elezione destinata a cambiare la storia del nostro continente affidandosi a una guida fragile, transitoria e non carismatica sia un errore che il Pd potrebbe pagare anche con la sua estinzione. Ma per quanto possa sembrare folle, l’inerzia è destinata a portare il Pd verso una decisione pericolosa. E alla fine tutte le anime in pena del Partito democratico potrebbe essere portate a sostenere una tesi di questo tipo: meglio non bruciare risorse preziose prima delle Europee, meglio non rompere l’equilibrio tra le correnti e meglio provare a guidare ciò che resta del Pd una volta misurato il valore di questa segreteria alle Europee. Non bisogna essere degli scienziati della politica per capire che affrontare una fase straordinaria come se fosse ordinaria è una pazzia che rischia di svuotare l’opposizione e di dare ossigeno al nuovo bipolarismo populista. Un Pd che decide di restare immobile fino alle prossime elezioni europee è un Pd destinato a morire. E un Pd che non rinuncia a morire oggi avrebbe il dovere di chiedere ai suoi pezzi da novanta di trasformare il partito non in una federazione di correnti ma nella vetrina dei nuovi concorrenti dell’alternativa.

 

La soluzione c’è. Un congresso subito, da fare a febbraio. Una leadership vera, non ordinaria, e una competizione tra i volti che forse più degli altri – insieme ai Renzi, ai Gentiloni e ai Calenda – in questo momento rappresentano le due anime di un centrosinistra possibile. Non due candidati premier, nel futuro, ma due capi partito: Nicola Zingaretti e Marco Minniti. Che cosa c’è ancora da aspettare?

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.