Quirinale. Giuramento del governo Conte (LaPresse)

Il governo della restaurazione

Claudio Cerasa

Oltre Cdp. Come funzionano le nomine gialloverdi? Uno studio sui grand commis dimostra che il governo populista è già diventato un taxi per i mandarini di stato. Perché l’antipolitica è incompatibile con il sacro primato della politica. Indagine

Si scrive cambiamento, si legge restaurazione. La settimana parlamentare che si avvia verso la conclusione ha messo al centro del dibattito politico un tema cruciale per il governo della ruspa populista: la partita delle nomine. Per i partiti anti sistema, selezionare delle competenze a cui affidare degli incarichi non è semplice (ieri è saltato ancora una volta l’accordo su Cdp con un vertice convocato dal premier e poi misteriosamente cancellato) perché la grammatica anti casta è strutturata in maniera tale da rendere incompatibile con la retorica populista ogni forma di esperienza legata a un vecchio sistema.

 

     (fonte: studio di FB & Associati)

 

In linea di massima, se sei vicino al vecchio sistema sei complice dello sfascio-orrendo-e-drammatico-in-cui-è-precipitata-l’Italia (va detto tutto d’un fiato) e per essere in sintonia con il nuovo regime politico è necessario che ogni candidato abbia una caratteristica precisa: essere contemporaneamente establishment e anti establishment. Le prossime ore ci diranno quale sarà la traiettoria che verrà scelta da Salvini, da Di Maio e da Conte per le partite di Rai e di Cdp ma nell’attesa di sapere quali equilibri prevarranno nel tetro mondo gialloverde (e nell’attesa di capire fino a che punto l’incompetenza e l’inesperienza del nuovo sistema potranno essere valide alternative alla competenza del vecchio sistema) può essere utile mettere il naso tra alcune nomine già deliberate dai principali ministri e provare così a capire cosa ci dicono queste sull’identità del populismo di governo.

 

Le nomine in questione sono quelle relative alle posizioni apicali presenti all’interno dei ministeri (capi di gabinetto e capi del legislativo) e grazie a uno studio prezioso offerto in esclusiva al Foglio dal centro studi di FB & Associati è possibile capire che tipo di cambiamento ha portato il governo del cambiamento all’interno della burocrazia ministeriale. Rispetto al passato in effetti un cambiamento c’è stato ma prima di darvi un’opinione proviamo a mettere insieme alcuni fatti analizzando gli equilibri che si sono venuti a creare all’interno dei ministeri con portafoglio (con l’eccezione del Mibact, del quale a oggi non risulta ancora alcun capo ufficio legislativo, e dei ministeri con a capo dei tecnici).

 

Leggi le biografie dei capi di gabinetto e dei capi del legislativo dei ministeri del governo gialloverde. 

Tema numero uno: quanti sono i nomi arrivati nei grandi ministeri senza aver mai avuto un precedente incarico di governo? Cinque il Movimento 5 stelle, uno la Lega. Quanti quelli che hanno avuto esperienze in un governo precedente a quello Gentiloni? Tre il M5s, tre la Lega. Quanti quelli che hanno avuto un’esperienza precedente nello stesso ministero in cui si trovano oggi? Due il M5s, uno la Lega. Quante sono state le riconferme? Una per il M5s, una per la Lega. In sintesi. Il Movimento 5 stelle in circa il 40 per cento dei casi si è affidato ad attori che non hanno mai lavorato alle dirette dipendenze di qualsiasi governo. Allo stesso tempo la Lega, nel 50 per cento dei casi si è affidata ad attori che hanno avuto esperienze nel governo precedente presso un altro ministero, o presso lo stesso ministero ma in un governo precedente a quello Gentiloni. Ciò significa che più della metà del personale di primo livello scelto in questi ministeri non ha nulla a che fare con il cambiamento.

  

Leggi in esclusiva sul Foglio la ricerca del centro studi di FB & Associati

  

Proviamo a fare un passo ulteriore e proviamo a esaminare i profili dei grand commis scelti dai ministri del governo populista (e qui consideriamo ora anche i ministeri guidati da tecnici). Tradizionalmente, per i ruoli di capi di gabinetto e capo del legislativo i ministri scelgono tre categorie di attori. La prima categoria coinvolge gli enti che più degli altri nell’ultimo decennio hanno controllato i vertici della macchina dello stato: l’avvocatura e la consiliatura dello stato, la magistratura amministrativa regionale, la Corte dei conti, la magistratura ordinaria. 

   

 (fonte: studio di FB & Associati) 

 

La seconda categoria è quella più tecnica e coincide con il personale scelto da aviazione, esercito, marina, diplomazia e prefettura. La terza categoria coincide con le figure degli esperti generalmente scelte anche per provare ad affrancarsi dalle prime due categorie, e questo insieme comprende il personale che arriva dal Parlamento, dall’accademia, dalla Pubblica amministrazione.

 

Domanda: in cosa è consistito il cambiamento del governo del cambiamento rispetto al passato? Il governo Conte, scrivono gli analisti di FB & Associati, si discosta sensibilmente rispetto ai due governi che lo hanno preceduto (Renzi, Gentiloni) “riportando gli equilibri tra le tre categorie di affiliazione verso la configurazione avutasi fino al governo Letta. Inoltre, nella stabilità dei ruoli tecnici, si nota la dinamica inversamente proporzionale tra i ‘grand commis’ e gli esperti esterni ai Palazzi”. In sostanza: aumentano i mandarini di stato, vengono confermate le vecchie proporzioni del personale tecnico, diminuiscono i volti più riferibili alla categoria degli outsider.

 

E’ un bene o un male? Un’idea forse ve la state facendo, ma per il giudizio finale aspettiamo ancora qualche riga. Per spiegare chi ha una centralità forte tra gli apparati del governo, lo studio ha fatto infine ricorso alla tecnica tradizionale della social network analysis, per calcolare la proprietà di un certo nodo di avere una posizione di rilievo strategico nel network di connessioni e per capire a chi è stata affidata la capacità di condizionare più efficacemente il comportamento dell’intera rete.

  
Risultato: “Il governo Renzi – si legge nel rapporto – ha rappresentato un crollo della centralità per il Consiglio di stato, non più recuperata fino all’attuale governo Conte incluso. Viceversa il ruolo dell’Avvocatura di stato, già marginalizzato dal governo Berlusconi IV, è tornato ad assumere rilievo con Gentiloni per mantenerlo anche con Conte”. Le nomine interne ai ministeri dimostrano che nella stragrande maggioranza dei casi la condizione necessaria per essere considerati spendibili all’interno del regime populista è quella di essere stati presi di mira dalla rottamazione renziana (consiglieri di stato e magistratura in primis) ed è possibile che questo criterio verrà adottato anche nel momento in cui si andranno a sbloccare le scelte relative ai vertici di Cdp e Rai – non stupitevi, come vi avevamo già suggerito qualche settimana fa, di vedere in giro molte figure di potere riconducibili ad ambienti vicini al prodismo, al lettismo, al tremontismo, al bazolismo, al guzzettismo. Dimostrano questo, ma ci dicono anche altro.

 

Primo. Ci dicono che lo stesso governo del cambiamento che ogni giorno si batte contro i burocrati di stato è lo stesso che ha scelto di ridare potere ad alcune alte burocrazie che per diversi anni erano state messe da parte dai governi che hanno preceduto quello attuale. Secondo. Ci dicono che lo stesso governo del cambiamento che in nome della battaglia forsennata contro i tecnici avrebbe dovuto ridare centralità alla politica non è riuscito a tutelare il principio del primato della politica all’interno dei suoi ministeri a causa di un grave problema legato all’assenza di una propria classe dirigente. Terzo. Ci dicono che quella che può apparire una contraddizione – gli anti casta che per fare gli anti casta si affidano alla vecchia casta – in realtà non è affatto una contraddizione. Perché quando la politica avanza a colpi di anti politica, alla fine la politica si indebolisce, si svuota. E quando la politica si svuota nel migliore dei casi arrivano i burocrati a guidarla, mentre nel peggiore dei casi arrivano i poteri loschi.

 

La debolezza descritta nell’indagine è diversa rispetto a quella apparentemente simmetrica registrata negli anni del governo Letta quando la proporzione tra le tre categorie non era così differente rispetto a quella di oggi. Nel caso di Letta, la debolezza della politica rispetto alla burocrazia era prima di tutto frutto della difficoltà di mettere d’accordo componenti politiche molto diverse tra loro: più si è litigiosi e più la politica per trovare una sintesi si affida ai tecnici. Nel caso del governo Conte, la debolezza della politica rispetto alla burocrazia sembra essere legata prima di tutto alla presenza di politici poco competenti che per questo necessitano di una robusta supplenza extra politica per far funzionare la macchina del governo.

 

Il populismo, come sa bene l’altissimo professor Giuseppe Conte, autore ieri di una scomoda intervista slurp sul Fatto quotidiano, in fondo per la burocrazia è come un taxi: ci sali quando vuoi, lo usi come vuoi, ci fai quello che credi e poi al momento giusto, arrivato a destinazione, scendi quando lo dici tu. Quando si è fortunati, a salire sul taxi dell’anti casta sono i vecchi campioni della casta. Quando si è meno fortunati, a salire sul taxi dell’anti casta sono vecchi marrazzoni. Il tempo ci dirà se il taxi usato dai ministeri sarà lo stesso molto sfortunato usato a Roma dagli anti casta eterodiretti dai nuovi poteri loschi del populismo italiano e se anche a livello nazionale per il cambiamento bisognerà aspettare la prossima funivia. Ma se l’aria che Tria continuerà a essere più simile a quella che si respira al Mef che al Mise o al comune di Roma non è detto che sia una disgrazia: meglio gli associati della casta che gli associati della Casaleggio. Meglio la restaurazione dei burocrati che il cambiamento dello sfascismo.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.